venerdì, novembre 06, 2009
Torna l'appuntamento del venerdì con Emanuele Bossini, che ci racconta un'altra tappa della missione in Marocco

Ho raggiunto Midelt in autobus nel cuore della notte. A 1500 metri di altezza tra il Medio e l’Alto Atlante, l’aurora era appena accennata da un pallido chiarore d’orizzonte. Già si udiva il canto del muezzin, che richiamava i fedeli alla preghiera. La sua voce melanconica non trovava però una città addormentata ma strade già solcate da camionette zeppe di giovani capre e una stazione di autobus affollata da viaggiatori stanchi. Non prestavano quasi nessuna attenzione al suo richiamo. Il Monastero dei Trappisti si trova un poco fuori dal centro abitato, in un piccolo sobborgo chiamato Casbah Miryem, un bel nome evocativo anche tra i musulmani. Cinque monaci, che si stavano preparando alla Santa Messa, mi hanno accolto sorridenti. Per loro questo è il momento centrale della giornata monastica, preceduto da due ore notturne di preghiera e meditazione personale (lectio). Un tempo, questo, che dà il tono alla loro esistenza: l’attesa del Signore che viene è come il respiro che riempie la loro vocazione. “Solo se berrete al fiume del silenzio, potrete davvero cantare. E quando avrete raggiunto la vetta del monte, allora incomincerete a salire. E quando la terra esigerà il vostro corpo, allora danzerete realmente”, ricordava il poeta Kalil Gibran.

La loro presenza cristiana in terra di Marocco è rappresentata dal mistero della Visitazione. “Portare Cristo in sé, per portarlo a questo mondo dell’Islam” mi ripeteva dolcemente il priore Jean Pierre “è la via della condivisione, la via dell’amicizia, secondo l’ultimo comandamento di Gesù: Amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi.” La Chiesa del Maghreb è una Chiesa dell’Incontro e la comunità monastica Notre Dame de l’Atlas ha il ruolo specifico di essere preghiera, che nell’Islam è il perno di tutta la vita. “Scopriamo, infatti, ogni giorno quanto sia qui importante la nostra testimonianza di cristiani che pregano!”concludeva il priore.
Sì, le parole che il Signore diceva ai discepoli pareva ripeterle tra queste montagne“Voi siete la luce del mondo!”. Tanti, infatti, hanno trovato la vera Luce proprio tra queste rustiche mura in terra d’Islam, su questo aspro altopiano, contemplando il silenzio operoso di umili monaci.

Il monastero è un crocevia di pellegrini di ogni nazione. Come Gabriel, un anziano avvocato spagnolo, anzi basco, segnato profondamente dall’incontro e la collaborazione per tanti anni con Madre Teresa di Calcutta, oppure Elio, sacerdote texano, venuto d’oltreoceano per incontrare quest’esperienza originale e radicale, o Joseph, studente della Guinea mentre prepara il suo Battesimo, o ancora Natalie, giovane dottoressa camerunense in dolce attesa, col suo piccolo David, insieme a ringraziare Dio per il dono di una nuova vita. Tutti sono avvolti qui da un silenzio che riempie la vita. “La fede è il senso del cuore come la vista è il senso dell'occhio” commentava un amico arabo.

Jean Pierre ogni volta che mi vede mi sorride con un sorriso sereno e benigno che, non so perché, mi rimanda allo sguardo del Padre: sguardo capace fino all’inverosimile di perdono e di amore. Aveva firmato per restare in Algeria come candidato martire, quando nel 1996 sono stati uccisi 7 suoi confratelli a Tibhirine. “L’amore è intrepido!” scrive il Manzoni, e in lui ancora non è venuto meno.

Accanto al Monastero vivono tre suore Francescane missionarie di Maria. Suor Monique un giorno mi accompagna per le vie della Casbah di Midelt, un intrigo di stretti vicoli e case di fango, riparo dalla calura estiva e dal gelo invernale. Lei conosce praticamente tutti, piccoli e grandi, e di ognuno mi racconta qualcosa. Storie di povertà e di sofferenza spesso, ma anche di impegno e di grande solidarietà tra di loro. “Sai - ripete convinta - hanno una fede che trasporta le montagne! Hanno sempre il nome di
Dio in bocca!”

Nel pomeriggio salgo a Tattiwin, un piccolissimo paese arroccato in una valle che scende dall’Alto Atlante e abitato da un’antica popolazione berbera. Ospita tre suore della stessa congregazione francescana: Monserrat, Marie e Barbara. Vedendo la loro testimonianza, è San Paolo che mi risuona nella mente: “Mi sono fatto servo di tutti per guadagnarne il maggior numero: mi sono fatto tutto a tutti!” Quale esempio più forte di queste tre donne che, per amore di Cristo, si sono fatte berbere, vivendo con loro, parlando la loro stessa lingua, condividendone la stessa vita...

Entro nella loro abitazione, un’umilissima casa di fango come tutte, mi commuovo nell’osservare la misera cucina, il corridoio che funge da dispensa e una piccolissima cappella, arredata di stuoia, di una croce rustica e di un tabernacolo. Così essenziale, è vero, ma in nessun altro posto ho sentito tanto forte la presenza del Mistero!

Le tre francescane mi ricordano, con la loro vita, che “la vera evangelizzazione non cerca tanto di convincere, quanto di rendere evidente il senso della nostra fede: tu sei amato da Dio! Ogni cristiano come loro è chiamato a testimoniare questo grande amore.” Ed esse lo fanno capire attraverso il bel dono totale, gratuito di sé. “Dai poco quando doni ciò che hai - commentava ancora Gibran - quando doni te stesso, solo allora dai veramente!”


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