giovedì, agosto 27, 2009
del nostro redattore Carlo Mafera

Desideravo esporre delle considerazioni sull’asino, e in particolare sull’asino nella Bibbia. Dormendo e dormi-vegliando in questi giorni di convalescenza dove le ore passavano lunghe e tristi con stati d’animo altalenanti, mi è venuta in mente la figura dell’asino e non so perché. Mi sono risposto: forse per la tenerezza e la mitezza che promana dal suo corpo. Sta di fatto che Nostro Signore Gesù Cristo lo ha scelto come compagno alla Sua nascita. Sapeva che poteva confidare nella sua presenza umile e discreta, nel calore e nel tepore che promanava dalle sue narici. Volevo porre l’attenzione su questo umile animale, che in silenzio ci ha insegnato tante cose. Soprattutto il valore dell’essere vicino, prossimo o prossemico (come si dice oggi in psicologia) e quanto difficile sia oggi questo valore nei confronti del debole, del sofferente, della persona fragile. Forse è più facile tenersi a distanza nella migliore delle ipotesi, e nella peggiore giudicarlo per scaricarci la coscienza. Mi sono detto: se Gesù l’ha messo vicino a sé, non è un caso; anche lui ci deve insegnare qualcosa!

Il bambino Gesù m’incanta, ma mi è piaciuto spostare l’obiettivo della macchina fotografica sull’asinello e fare uno zoom: vedere i suoi occhioni buoni mi fa commuovere di tenerezza; e poi il suo corpo, apparentemente esile e fragile ma capace di lunghi spostamenti, come per esempio in Egitto, dove Giuseppe e Maria si sono dovuti rifugiare per scappare da Erode. Ma, ripeto, spostamenti verso mete feriali, a servizio della nostra quotidianità, non verso mete sensazionali e di godimento. Così, alla fine della vita terrena di Gesù, il mite asinello ce lo porta, dico porta, a Gerusalemme come se lo consegnasse, come agnello sacrificale che poi doveva togliere i peccati del mondo. L’asinello ci porta Gesù. E noi? Quante volte abbiamo portato il peso di un altro Gesù che ci è passato accanto, magari anche molto vicino e non lo abbiamo riconosciuto e non lo abbiamo voluto vedere preferendo fare cose nobilissime e magari “religiose”. Sant’Agostino diceva, Noli foras ire… Non uscire fuori da te stesso… non c’è bisogno di cercare Gesù chissà dove, probabilmente ce l’hai più vicino di quanto non pensi, ma non hai gli occhi per vederlo e magari vuoi il cannocchiale per cercarlo a chilometri di distanza. Ma l’asinello no, l’ha capito subito, il mio Gesù è la persona che mi sta accanto e se l’è caricato sulla groppa, gli ha fatto fare il tragitto (qualche chilometro insieme e forse poche ore bastavano per Gerusalemme) perché poi Lui svolgesse il Suo compito. E noi? Sappiamo riconoscere il nostro Gesù? Caricarcelo sulla groppa?

Infine, vorrei parlare dell’Onoterapia, la terapia con l’asino. Sembra che ultimamente, e il cerchio si stringe, per aiutare la crescita dei disabili si preferisca l’uso dell’asino a quello del cavallo. Il motivo è semplice: il mite asinello quando ha paura si blocca e non si imbizzarrisce come il più nobile cugino. Ma così facendo, salva la vita a chi lo monta. Anche qui una lezione. Talvolta noi preferiamo usare le cose più belle ma poi queste si rivelano più pericolose perché sono più sofisticate. L’asinello no, non ha “crisi isteriche”… è solo testardo… ma la sua testardaggine è più pedagogica della bellezza e soprattutto salva la vita alle persone fragili e deboli come i disabili. Caro asinello ti amo tanto, perché mi hai insegnato questa sera l’umiltà e l’amore che tante volte ho cercato e poche volte ho trovato.

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