SOS Villaggi dei Bambini e’ un’organizzazione non governativa a respiro internazionale, impegnata dal 1949 sia nell’assistenza ai bambini in difficoltà, soli, orfani, abbandonati, sia nella prevenzione all’abbandono.
Se un bambino non può più vivere all’interno della propria famiglia d’origine, è suo diritto godere di cure, protezione, amore e delle stesse opportunità degli altri bambini.
Ogni bambino ha diritto a una famiglia. E’ questo il principio di base che guida le attività di SOS Villaggi dei Bambini in 132 paesi del mondo.
Con i Villaggi SOS migliaia di bambini orfani e abbandonati hanno trovato una nuova famiglia e una nuova casa.

10/10/07 - Hassan ha dodici anni e vive nel Campo Rifugiati di Abu Shok ad Al Fashir, Darfur. Ha visto morire suo padre due anni fa, durante la distruzione e il saccheggio il suo villaggio.
“Provengo dal villaggio di Tawila. I Jamjaweed [un gruppo di miliziani arabi] ci hanno buttato fuori a calci dal nostro villaggio e dalla nostra casa”. Hassan parla lentamente mentre ci racconta la sua storia. Guarda a terra. Il suo viso si contrae con un’espressione di dolore. La sua voce è bassa, quasi un impercettibile mormorio.
Suo padre è morto davanti ai suoi occhi e a quelli dei suoi fratelli. Ma Hassan non ha molta voglia di parlarne. La sua voce suona strozzata, ci dice soltanto i soldati hanno sparato a suo padre. Hassan poi ha lasciato Tawila con sua madre ed i fratelli.
“Abbiamo cavalcato su asini per giorni. Non mi ricordo per quanto tempo è stato, ma abbiamo cavalcato su asini tutto il tragitto fino a Al Fashir” dice Hassan, “Quando siamo arrivati ad Al Fashir abbiamo dormito all’aperto per molto tempo. Non avevamo una casa o una tenda, ma dormivamo sull’erba. Alla fine, qualcuno è arrivato e ci hanno portato qui al campo.”
Hassan non sa chi ha portato al campo lui e la sua famiglia o perché gli sono stati offerti accoglienza e cibo. La sua memoria confusa identifica soltanto certe pietre miliari, come l’arrivo ad Al Fashir e poi al campo rifugiati.
Al campo rifugiati, come la maggior parte delle famiglie, la famiglia di Hassan ha ricevuto una tenda e ha costruito la tipica capanna di fango col tetto di paglia.
Per molti mesi, Hassan ha sofferto di incubi e di fobie. Ha mostrato anche chiari sintomi di depressione. Sua madre che aveva sentito parlare del centro di aiuto psico-sociale SOS nel campo rifugiati, allarmata dallo stato psicologico di suo figlio, aveva deciso di portarlo in terapia.
“La prima cosa che facciamo è di dare al bambino carta e matite colorate e chiedergli di fare un disegno”, dice Rasha, una delle psicologhe che lavorano al centro. “La maggior parte dei bambini non ha idea di che cosa non va e non riescono a esprimersi a parole. Dopo, chiediamo loro di raccontarci il disegno. In questo modo li facciamo raccontare la loro storia”.
Con assistenza ed attenzione costanti, Hassan ha iniziato a raccontare la sua storia agli psicologi del centro. Spesso scoppiava in lacrime quando arrivavano le parti più difficili del viaggio ad Al Fashir. Hassan lamentava forti mal di testa all’inizio delle sessioni. Poi, col tempo, la frequenza dei mal di testa è diminuita.
Oggi, Hassan è tornato a scuola nella quinta classe, anche se è ancora lontano dalla guarigione completa. Le esperienze vissute lasceranno il segno per il resto della sua vita.
Se un bambino non può più vivere all’interno della propria famiglia d’origine, è suo diritto godere di cure, protezione, amore e delle stesse opportunità degli altri bambini.
Ogni bambino ha diritto a una famiglia. E’ questo il principio di base che guida le attività di SOS Villaggi dei Bambini in 132 paesi del mondo.
Con i Villaggi SOS migliaia di bambini orfani e abbandonati hanno trovato una nuova famiglia e una nuova casa.

10/10/07 - Hassan ha dodici anni e vive nel Campo Rifugiati di Abu Shok ad Al Fashir, Darfur. Ha visto morire suo padre due anni fa, durante la distruzione e il saccheggio il suo villaggio.
“Provengo dal villaggio di Tawila. I Jamjaweed [un gruppo di miliziani arabi] ci hanno buttato fuori a calci dal nostro villaggio e dalla nostra casa”. Hassan parla lentamente mentre ci racconta la sua storia. Guarda a terra. Il suo viso si contrae con un’espressione di dolore. La sua voce è bassa, quasi un impercettibile mormorio.
Suo padre è morto davanti ai suoi occhi e a quelli dei suoi fratelli. Ma Hassan non ha molta voglia di parlarne. La sua voce suona strozzata, ci dice soltanto i soldati hanno sparato a suo padre. Hassan poi ha lasciato Tawila con sua madre ed i fratelli.
“Abbiamo cavalcato su asini per giorni. Non mi ricordo per quanto tempo è stato, ma abbiamo cavalcato su asini tutto il tragitto fino a Al Fashir” dice Hassan, “Quando siamo arrivati ad Al Fashir abbiamo dormito all’aperto per molto tempo. Non avevamo una casa o una tenda, ma dormivamo sull’erba. Alla fine, qualcuno è arrivato e ci hanno portato qui al campo.”
Hassan non sa chi ha portato al campo lui e la sua famiglia o perché gli sono stati offerti accoglienza e cibo. La sua memoria confusa identifica soltanto certe pietre miliari, come l’arrivo ad Al Fashir e poi al campo rifugiati.
Al campo rifugiati, come la maggior parte delle famiglie, la famiglia di Hassan ha ricevuto una tenda e ha costruito la tipica capanna di fango col tetto di paglia.
Per molti mesi, Hassan ha sofferto di incubi e di fobie. Ha mostrato anche chiari sintomi di depressione. Sua madre che aveva sentito parlare del centro di aiuto psico-sociale SOS nel campo rifugiati, allarmata dallo stato psicologico di suo figlio, aveva deciso di portarlo in terapia.
“La prima cosa che facciamo è di dare al bambino carta e matite colorate e chiedergli di fare un disegno”, dice Rasha, una delle psicologhe che lavorano al centro. “La maggior parte dei bambini non ha idea di che cosa non va e non riescono a esprimersi a parole. Dopo, chiediamo loro di raccontarci il disegno. In questo modo li facciamo raccontare la loro storia”.
Con assistenza ed attenzione costanti, Hassan ha iniziato a raccontare la sua storia agli psicologi del centro. Spesso scoppiava in lacrime quando arrivavano le parti più difficili del viaggio ad Al Fashir. Hassan lamentava forti mal di testa all’inizio delle sessioni. Poi, col tempo, la frequenza dei mal di testa è diminuita.
Oggi, Hassan è tornato a scuola nella quinta classe, anche se è ancora lontano dalla guarigione completa. Le esperienze vissute lasceranno il segno per il resto della sua vita.
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