domenica, gennaio 22, 2017
Una dimostrazione di forza, con un successo addirittura sopra le aspettative. Ma come gestirlo? Che risposte aspettarsi da chi si trova al potere? Il recente passato può insegnarci qualcosa.

di Lorenzo Carchini

Una manifestazione "felice", fatta di solidarietà, che ha raccolto una moltitudine di donne e uomini, giovani e meno giovani in tutto il mondo, da Washington a Riyad, da Londra a Nairobi. Nella sola capitale statunitense se ne sono raccolte mezzo milione, secondo il Washington Post, ed ovviamente fra Casa Bianca e dimostranti è cominciata la guerra dei numeri. Quella sì identica in Italia come al di là dell'Atlantico.

Una dimostrazione, però, che aveva un senso di già visto. Non mi riferisco tanto al grande movimento suffragista del 1913. Piuttosto a quello di piazza Bolotnaya. La famosa piazza situata nel centro di Mosca, in prossimità del Cremlino, dove il 10 Dicembre 2011 circa 50.000 persone si riunirono per protestare contro il leader russo Putin. Allora gli organizzatori se ne aspettavano a malapena 3mila. Anche allora, come si può immaginare, era freddo e nuvoloso. Anche allora si cercò la via dell'unione per diventare forza e far sentire la propria voce, sperando che l'eco giungesse oltre i confini.

Le donne hanno marciato con in testa cappellini rosa "pussy hats", portando cartelli con scritto "This pussy grabs back". Fin troppo chiaro il riferimento al video scandalo dove l'oggi presidente Donald Trump diceva delle donne "grab them by the pussy", perché "when you're a star, they let you do it". L'insulto che si trasforma in militanza. Un po' come quando, sempre a Mosca, Putin per rispondere alla protesta si limitò a sottolineare come i fiocchi che portavano i dimostranti, sembrassero preservativi. Nella piazza quei "preservativi" diventarono palloncini, con una rivista moscovita che titolava: "Siamo più di quanti sembriamo".

Dunque un grande successo, con degli esempi mirabili del passato. E ora? Sicuramente i dimostranti erano soltanto una parte di un più vasto dissenso, quello che ha perso i collegi elettorali pur con un vantaggio di 3 milioni sul voto popolare. Nondimeno, si parla dello stesso sistema elettorale che ha permesso a politici molto popolari e democratici come Clinton e Obama di essere eletti, tanto quanto Bush e Trump, che risiederà alla Casa Bianca per i prossimi 4 anni, con un Congresso per la maggior parte repubblicano ed una Corte Suprema per lo più conservatrice.

Cosa potrà aggiungere la protesta di ieri ancora non lo sappiamo con certezza. A Mosca nonostante il movimento avesse raggiunto proporzioni ragguardevoli, non impedì a Putin di rivincere le elezioni e fu proprio allora che quella gioiosa macchina organizzativa finì per fratturarsi, sprovvista, come quella di ieri, di una vera e propria agenda ed un vero e proprio apparato di leader capaci di "dirigerla".

I manifestanti russi, alla fine, rimasero con un pugno di mosche, mentre lo stato russo diventava sempre più autocratico, stroncando ogni moto di protesta alla radice. Questo non succederà in America. Ma gli echi del gigante dai piedi d'argilla di allora, si ritrovano oggi. La causa della protesta non sembra sufficientemente strutturata, così come i suoi fini non sembrano del tutto chiari. Una manifestazione non si regge in piedi senza un progetto politico, altrimenti si scioglie nei toni auto-compiacenti del "quanti siamo!", "non l'avremmo mai detto", "siamo bellissimi". Marciare è facile, ma farne una politica no.

Certo, gli Stati Uniti non sono la Russia. Alle spalle le donne di Washington (e di moltissime altre città, grandi e piccole) hanno una cultura politica secolare, una società civile viva, una politica ben strutturata. Molte, ieri, sapevano che il loro gesto segnava l'inizio della campagna elettorale per il mid-term, che i democratici cominceranno la selezione dei prossimi candidati. In una parola, che la macchina politica si è rimessa in moto.


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