mercoledì, dicembre 28, 2016
La riconciliazione vince sulle ferite. E’ il messaggio lanciato dal presidente americano Obama e dal premier giapponese Shinzo Abe insieme all’Uss Arizona Memorial di Pearl Harbor, a 75 anni dall’attacco nipponico alla base americana che decretò l’entrata degli Usa nella seconda guerra mondiale. Francesca Sabatinelli: ascolta

 Radio Vaticana - Mai più l’orrore della Guerra: la visita di Obama e Abe a Pearl Harbour rende omaggio al passato ed è monito per il presente ed il futuro. Laddove 2.400 americani morirono per l’attacco nipponico, era il 7 dicembre del 1941, Stati Uniti e Giappone vogliono mostrare il “potere della riconciliazione”, dice il presidente americano, e che "le ferite di guerra possono cedere il passo all’amicizia". Come quella che Washington e Tokyo hanno costruito nei 75 anni successivi all’aggressione che sancì l’ingresso degli Stati Uniti nella seconda guerra mondiale. Nel porgere le sue condoglianze "sincere ed eterne" il premier Shinzo Abe chiede al mondo più tolleranza e riconciliazione e definisce, quella tra i due Paesi, "un’alleanza della speranza".

Non porge le scuse il leader giapponese, così come mai è avvenuto per gli statunitensi a Hiroshima, ma partecipando alla cerimonia pubblica, prima volta in assoluto per un premier giapponese, mostra – spiega Obama - che "le guerre possono finire", che i nemici possono diventare alleati e che i "frutti della pace sono più pesanti della guerra". Su questa amicizia, però, ora a pesare, per molti osservatori, sarà la presidenza di Donald Trump, un test per le relazioni nippo-americane finora salvaguardate dal solido legame tra Abe e Obama.

Sul significato di questo evento Michele Raviart ha intervistato Federico Niglia, professore di Storia Contemporanea alla Luiss: ascolta

R. – La visita di Abe a Pearl Harbor si inserisce in un discorso più ampio che riguarda l’identità giapponese, e cioè un progressivo ripensamento del passato giapponese, anche di quello più oscuro. Dunque, è un percorso di riconquista della memoria, anche di quella negativa, che ha caratterizzato la storia giapponese, e che riguarda la guerra ma anche i crimini commessi. Questo è il primo grande valore storico di questa visita, cioè l’aver affermato l’esistenza di un pezzo di memoria giapponese da scrivere.

D. – A livello internazionale, quanto pesa questa visita?

R. – La visita di Abe rappresenta un tassello importante di quello che è il dialogo tra gli Stati Uniti e il Giappone in un momento di cambiamento, che riguarda gli Stati Uniti con il cambio di leadership, ma che riguarda anche l’Asia; e questo porta il discorso molto sulla Cina. Il Giappone rappresenta l’interlocutore principale degli Stati Uniti nell’ottica di un bilanciamento della Cina; di una gestione della questione coreana, in particolare di quella nord-coreana ovviamente; e degli assetti geopolitici, come ad esempio il Mar Cinese orientale, che sono oggetto di discussione sempre più accesa tra i soggetti dell’area.

D. – Come anche Obama ad Hiroshima, nessuna scusa ufficiale per gli atti compiuti: questo cosa significa a livello di relazioni diplomatiche e di rapporti tra Paesi?

R. – Il chiedere scusa è il riconoscimento della propria responsabilità per un atto che viene ritenuto sbagliato. Qui le scuse non si chiedono perché, sostanzialmente, ciascuno dei due soggetti resta convinto della, non dico correttezza, ma della necessità di quell’azione: una necessità che ha spinto i giapponesi ad utilizzare l’attacco di Pearl Harbor, ma anche gli statunitensi ad utilizzare la bomba atomica a Hiroshima e Nagasaki. Non si chiede scusa peraltro perché qui l’opinione pubblica non è coesa e unita nel pensare che vadano chieste delle scuse: i tweet di Trump ce lo confermano.

D. – Nell’identità giapponese, che cosa significa Pearl Harbour?

R. – Pearl Harbor è un momento in cui, un Giappone che si è sentito in molte occasioni vessato dai Paesi più avanzati, si prende la rivincita. Il Giappone, se noi ne guardiamo la storia che va dagli anni Settanta dell’800 a Pearl Harbor per l’appunto, è una potenza emergente: è una potenza che si proietta verso il mare circostante, ma anche verso la Cina. Queste ambizioni sono state frustrate sempre dagli Usa in primis, ma anche dalle altre potenze presenti nell’area. Quando i giapponesi attaccano a Pearl Harbor, si dice, nella retorica giapponese, che là si va a “levare l’onta” di tutte le vessazioni precedenti. Naturalmente, questo senso è stato perso progressivamente con le generazioni del dopoguerra, anche perché gli Stati Uniti, da primo nemico, sono diventati il primo alleato ed interlocutore del Giappone. Dunque si è avuta un’ovvia attenuazione, se non proprio una cancellazione, di quella vicenda.

D. – Il rapporto tra Stati Uniti e Giappone è dunque sempre più solido o è solo una funzione anti-cinese, come accennavamo?

R. – Il rapporto tra Stati Uniti e Giappone è solido in termini assoluti. Il momento in cui il Giappone compie una svolta è il Trattato di pace di San Francisco del 1951, con cui il Giappone fa pace con il passato di guerra ed entra progressivamente nell’orbita americana. È ovvio che la questione cinese giochi oggi, come negli ultimi anni, un ruolo determinante. Va però detto che c’è una convergenza oggettiva di prassi, valori, che rendono il Giappone una potenza “proiettata” – mettiamola così – verso gli Stati Uniti, e in un certo qual modo anche verso l’Occidente: condivide una serie di principi e di valori che non riguardano solo il contenimento della Cina.


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