lunedì, dicembre 22, 2014
La devozione del Paese alla Madonna è messa a dura prova dalla secolarizzazione. La testimonianza di padre Luca Bovio, missionario della Consolata a Varsavia. 

di Luciano Zanardini  

Vatican Insider - I Missionari della Consolata, che hanno una lunga presenza nel mondo, nel 2008 hanno deciso di aprire una comunità anche nella cattolica Polonia per «servire missionariamente – spiega padre Luca Bovio – la Chiesa locale attraverso il lavoro di animazione missionaria e guardare a est del Paese per una futura apertura».
Siamo in una nazione che vive forti cambiamenti sociali, economici e politici. «Negli ultimi trent’anni – racconta padre Bovio – si è passati da un regime comunista a una democrazia che ha cambiato molto lo stile di vita». Varsavia è un grande cantiere a cielo aperto con nuovi centri commerciali e infrastrutture; il processo di integrazione europea è in corso: porta vantaggi, ma le insidie, si veda alla voce secolarizzazione, non mancano. «Laddove c’è una maggior ricchezza è più facile dimenticarsi di Dio…».

Padre Luca lavora come segretario nazionale della Pontificia Unione missionaria e vive insieme ad altri due confratelli che provengono dall’Africa, rispettivamente dall’Etiopia e dal Kenia. «Essere missionari in uno dei Paesi più cattolici al mondo può sembrare apparentemente un controsenso. I polacchi ci dicono: “È un bene che siate presenti: ci ricordate la missione universale della Chiesa che deve sempre guardare oltre se stessa per raggiungere chi ancora non ha conosciuto il Vangelo”». Sono tutti e tre impegnati nell’animazione missionaria. «Soprattutto lontano dalle grandi città è interessante vedere lo stupore della gente quando sentono parlare di Gesù e di come nelle diverse culture si vive la stessa fede che ci unisce».

Non si può comprendere la Polonia di oggi se non si guarda al suo passato, in particolare al devastante Novecento, i cui segni sono ancora visibili. «Il compito che ci aspetta è di non dimenticare ciò che è avvenuto, perché se si dimentica può di nuovo accadere; bisogna essere coscienti che la libertà è stata pagata a caro prezzo da milioni di persone. Soprattutto con i giovani occorre lavorare affinché la libertà venga vissuta valorizzando la vita e non sciupandola, aprendosi al mondo e alla missione della Chiesa». Proprio la Chiesa ha esercitato un ruolo importante. «Nei tempi di occupazione voci come quella del cardinale Wyszysnki o del martire beato Giorgio Popiełszko hanno sempre difeso i valori fondamentali dell’uomo e questo ha aiutato molti non solo a non perdere la speranza, ma anche a ribellarsi alle evidenti ingiustizie».

Oggi si respira un clima diverso con nuove sfide. Dobbiamo «ricordare gli stessi valori per i quali molti polacchi hanno difeso e pagato con la vita, valori che il consumismo e una visione laica della vita tendono a ridurre se non proprio a cancellare». Sullo sfondo resta una figura di riferimento… «Se vi capita di andare a Częstochowa, potrete leggere ai piedi della statua dedicata a Giovanni Paolo II queste parole tratte da un’omelia dello stesso pontefice: “Se vuoi conoscere cosa si muove nel cuore di un polacco, se vuoi conoscere profondamente la sua identità, devi venire qui in questo luogo nella casa di Maria venerata come la Madonna Nera”. I polacchi amano profondamente Maria e la sentono vicina alla loro vita spesso segnata dalla sofferenza e in passato da terribili guerre. I due segni di violenza sul volto della Madonna esprimono la vicinanza con i propri figli: Maria comprende e accoglie ogni sofferenza. Forse anche per questo il santuario è meta di pellegrinaggio nei momenti più importanti della vita».

Giovanni Paolo II ha sempre incarnato la devozione mariana. «È una figura straordinaria che va letta non solo per il suo lungo pontificato ma anche alla luce di quanto è successo qui. Nel 1978 la Polonia viveva ancora sotto il regime comunista e la sua elezione e i suoi viaggi hanno contribuito a far cadere quel regime». Ma c’è una domanda aperta: «Oltre all’emozione che la figura di questo straordinario uomo desta in ognuno, chi ancora ascolta e vive il suo messaggio?».


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