Un annetto fa, a quest'ora, preparavo la celebrazione natalizia con il grande coro africano dei giovani di Meknes, esplosione di colore e vitalità. La Messa di mezzanotte al nostro Santuario di Sant'Antonio in Torino si annuncia più seria nei toni, e con un'età media dei partecipanti assai più elevata... Eccomi dunque arrivato in una fredda e ordinata Torino, a fare un po' il punto della situazione sulla mappa, come un vero migrante, venuto dal sud un po' per caso, un po' per scelta…
di Frate Pietro
A queste latitudini, la specie del frate minore si riveste del suo colore tradizionale, in saio marrone con cappuccio, il che gli vale il titolo di «padre» e un certo ascendente naturale sul popolo. La cosa non mi dispiace, ha anche i suoi lati positivi e permette di entrare rapidamente in relazione con le molte persone che frequentano questo convento. Appunto, il convento. E' una struttura a cui non ero più molto abituato e che richiede un piccolo sforzo per ridiventare «casa mia». Allo stesso tempo, era un po' quello di cui avevo bisogno, perché non va dimenticato che, se vissuta bene, la vita in convento aiuta molto a darsi uno spazio di preghiera solido. Anche in missione ci sono i tempi di preghiera e ci sono luoghi di intensa spiritualità, come ad esempio la Trappa di Midelt, in cui andavo appena potevo. Quello che ritrovo qui a Torino però è la presenza di una comunità cristiana più ampia, in cui ricevo tanti esempi di fede vissuta con convinzione e gioia, soprattutto tra i (pochi) giovani; e questo mi fa bene, molto bene. Certo, lontana è l'esperienza dell'oratorio e dei gruppi giovani degli anni ‘80-‘90... la fede di oggi deve fare i conti molto di più con un fenomeno altamente trasversale: la precarietà. E' una parente stretta di Sorella Povertà e non mi sentirei di mandarla via con un gesto noncurante della mano... anzi. Convivere con Sorella Precarietà (più che «sposarla»... poco di moda adesso e poi non è una tipa che prende impegni a lungo termine!) significa ad esempio che a livello di fede devo accettare di non sentirmi mai troppo sicuro di quello in cui credo. Voglio dire: dalla parte di Dio, posso contare su di un Alleato quanto mai fedele, ma quando guardo alla mia di parte, a volte scopro che i passi si fanno incerti e le tentazioni di esplorare a destra e a sinistra si presentano invece baldanzose. Vivere una fede personale nella precarietà significa anche fare più fatica a trovare gli stessi linguaggi per esprimerla, oppure sentire che le formulazioni che andavano bene 20 anni fa cominciano a non soddisfare più tanto... Sorella Precarietà poi ti costringe a tenere nella tua sacca da viaggio solo poche cose, perché dovendosi spostare in continuazione... ma questo non è male, ti obbliga a scegliere bene le cose di cui non puoi fare a meno. Salvo che le cose non sono sempre le stesse: a volte va buttato via tutto (o quasi) e si rinnova lo stock.
C'è una cosa che però non riesco proprio a togliere dal sacco ed è la ricerca incessante e martellante di come amare di più. Me la ritrovo sempre lì, ogni volta che disfo una valigia al ritorno dall'ennesimo viaggio. Allora la guardo, la rigiro nelle mani, la appoggio lì, davanti a me, e la fisso. Adesso mi viene in mente che una bella icona della Precarietà è quella dei pastori che sono andati alla grotta di Betlemme. Poveri, già sono dei mezzi nomadi, dei marginali con contratto perennemente in scadenza, in più fanno un'esperienza di pienezza esagerata che dura una notte. Al mattino si saranno anche chiesti se era proprio vera tutta quella gioia... in fondo: che avevano visto di così speciale? Ma forse qualcuno, più caparbio, non avrà voluto rinunciare a quella sensazione di essere stati scelti e amati. Pur ritrovandosi nella vita di prima, qualcosa è cambiato per sempre. Forse in fondo, questa vita zingara e fragile posso amarla così com'è, da quando un Pellegrino ha pensato che ne valesse la pena, al punto da volerla vivere dal principio...
di Frate Pietro
A queste latitudini, la specie del frate minore si riveste del suo colore tradizionale, in saio marrone con cappuccio, il che gli vale il titolo di «padre» e un certo ascendente naturale sul popolo. La cosa non mi dispiace, ha anche i suoi lati positivi e permette di entrare rapidamente in relazione con le molte persone che frequentano questo convento. Appunto, il convento. E' una struttura a cui non ero più molto abituato e che richiede un piccolo sforzo per ridiventare «casa mia». Allo stesso tempo, era un po' quello di cui avevo bisogno, perché non va dimenticato che, se vissuta bene, la vita in convento aiuta molto a darsi uno spazio di preghiera solido. Anche in missione ci sono i tempi di preghiera e ci sono luoghi di intensa spiritualità, come ad esempio la Trappa di Midelt, in cui andavo appena potevo. Quello che ritrovo qui a Torino però è la presenza di una comunità cristiana più ampia, in cui ricevo tanti esempi di fede vissuta con convinzione e gioia, soprattutto tra i (pochi) giovani; e questo mi fa bene, molto bene. Certo, lontana è l'esperienza dell'oratorio e dei gruppi giovani degli anni ‘80-‘90... la fede di oggi deve fare i conti molto di più con un fenomeno altamente trasversale: la precarietà. E' una parente stretta di Sorella Povertà e non mi sentirei di mandarla via con un gesto noncurante della mano... anzi. Convivere con Sorella Precarietà (più che «sposarla»... poco di moda adesso e poi non è una tipa che prende impegni a lungo termine!) significa ad esempio che a livello di fede devo accettare di non sentirmi mai troppo sicuro di quello in cui credo. Voglio dire: dalla parte di Dio, posso contare su di un Alleato quanto mai fedele, ma quando guardo alla mia di parte, a volte scopro che i passi si fanno incerti e le tentazioni di esplorare a destra e a sinistra si presentano invece baldanzose. Vivere una fede personale nella precarietà significa anche fare più fatica a trovare gli stessi linguaggi per esprimerla, oppure sentire che le formulazioni che andavano bene 20 anni fa cominciano a non soddisfare più tanto... Sorella Precarietà poi ti costringe a tenere nella tua sacca da viaggio solo poche cose, perché dovendosi spostare in continuazione... ma questo non è male, ti obbliga a scegliere bene le cose di cui non puoi fare a meno. Salvo che le cose non sono sempre le stesse: a volte va buttato via tutto (o quasi) e si rinnova lo stock.
C'è una cosa che però non riesco proprio a togliere dal sacco ed è la ricerca incessante e martellante di come amare di più. Me la ritrovo sempre lì, ogni volta che disfo una valigia al ritorno dall'ennesimo viaggio. Allora la guardo, la rigiro nelle mani, la appoggio lì, davanti a me, e la fisso. Adesso mi viene in mente che una bella icona della Precarietà è quella dei pastori che sono andati alla grotta di Betlemme. Poveri, già sono dei mezzi nomadi, dei marginali con contratto perennemente in scadenza, in più fanno un'esperienza di pienezza esagerata che dura una notte. Al mattino si saranno anche chiesti se era proprio vera tutta quella gioia... in fondo: che avevano visto di così speciale? Ma forse qualcuno, più caparbio, non avrà voluto rinunciare a quella sensazione di essere stati scelti e amati. Pur ritrovandosi nella vita di prima, qualcosa è cambiato per sempre. Forse in fondo, questa vita zingara e fragile posso amarla così com'è, da quando un Pellegrino ha pensato che ne valesse la pena, al punto da volerla vivere dal principio...
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