Nel terzo giorno di lavori del IX Forum Internazionale Greenaccord dell’Informazione ambientale, la discussione verte sull’impatto delle megastrutture sugli ecosistemi. Da Fukushima alla Val di Susa. Con un’analisi molto critica di Ignacio Ramonet.
Alba – Le grandi opere sono compatibili con l’ambiente? Il dibattito coinvolge gli oltre cento giornalisti protagonisti del IX Forum internazionale Greenaccord per la Salvaguardia della Natura, ospitato oggi al Centro Ricerche “la Filanda” della Ferrero di Alba. Ad animare la discussione, la testimonianza di Tetsuro Akanegakubo, direttore della Scuola Giapponese di Roma e un’analisi critica di Ignacio Ramonet, ex direttore di Le Monde Diplomatique. “Se c’è una cosa che abbiamo imparato dall’esplosione della centrale nucleare – osserva Akanegakubo - è che non esiste nulla di assolutamente sicuro. E che il controllo della produzione energetica in poche mani non aiuta la sicurezza. Infatti, dopo la tragedia, abbiamo iniziato a preoccuparci di decentrare tale produzione, ripensare il modello energetico. Già da mesi i Comuni, anche quelli più piccoli, hanno iniziato a incentivare l’uso di fonti pulite. Cittadini e aziende vogliono prodursi da sé l’energia e stanno investendo nei sistemi di risparmio energetico. Quest’estate molti non hanno potuto usare i condizionatori e hanno sofferto il caldo: è bastato questo per diffondere l’esigenza di un cambio di approccio al problema delle fonti d’energia, che veda i cittadini protagonisti”.
Da Fukushima alla Val di Susa: “La tratta ad alta velocità che vogliono costruire qui in Val di Susa – commenta invece Ignacio Ramonet - è una dei tanti progetti ingegneristici insostenibili e nemici dell’ambiente. Non possiamo continuare a costruire megastrutture. Grandi arterie stradali, reti di alta velocità, tunnel sotto le montagne, grandi centrali elettriche: sono tutte opere incompatibili con un modello di sviluppo a basso impatto ambientale. Soprattutto sono esempi del superpotere politico e ingegneristico, portato avanti senza una consultazione popolare, in particolare delle popolazioni direttamente interessate”.
“Dobbiamo aver chiaro che vogliamo far scomparire dal mondo l’uso dei combustibili fossili, come è scomparsa la schiavitù. Che l’energia nucleare non è un problema locale, perché non esistono incidenti nucleari locali. Non esiste l’incidente di Fukushima. Esiste un incidente nucleare globale”.
Nel suo intervento, Ramonet parla anche della Libia e delle rivolte che hanno reso protagoniste i popoli arabi e dell’Africa mediterranea: “I risultati ottenuti in Tunisia e in Egitto, ma anche in Siria, Marocco e Bahrein sono stati resi possibili dalle nuove reti sociali, che hanno permesso di amplificare e accelerare i flussi d’informazione. L’uso dei nuovi media ha permesso alla società civile di marcare la propria presenza. In alcuni casi, in modo drammatico, con il sovvertimento dei regimi. In altri casi costringendo i governanti a concedere riforme”.
Alla fine una difesa del pensiero utopista: “Dal punto di vista umanistico, utopia significa proporre alternative all’esistente. Significa dire che non siamo condannati ad accontentarci dello status quo. Che possiamo cambiare le cose. Nella storia ci sono molte utopie realizzate: l’idea della negoziazione tra gli Stati. L’Onu, la stessa Unione europea: l’Europa era la zona calda del mondo. Ora è in pace e si pone come modello per altre aree mondiali. Dobbiamo riproporre il pensiero utopista, ma ricordiamoci che per ottenere obiettivi che sembrano irrealizzabili occorre sapere chiaramente dove si vuole andare. Ecco perché – conclude Ramonet – chi si occupa di ambiente deve saper costruire una visione collettiva e un racconto del nuovo mondo che si vuole creare. Bisogna essere capaci di proporre un’alternativa a questo mondo, in tutti gli aspetti. Sociali, economici e paesaggistici”.
Alba – Le grandi opere sono compatibili con l’ambiente? Il dibattito coinvolge gli oltre cento giornalisti protagonisti del IX Forum internazionale Greenaccord per la Salvaguardia della Natura, ospitato oggi al Centro Ricerche “la Filanda” della Ferrero di Alba. Ad animare la discussione, la testimonianza di Tetsuro Akanegakubo, direttore della Scuola Giapponese di Roma e un’analisi critica di Ignacio Ramonet, ex direttore di Le Monde Diplomatique. “Se c’è una cosa che abbiamo imparato dall’esplosione della centrale nucleare – osserva Akanegakubo - è che non esiste nulla di assolutamente sicuro. E che il controllo della produzione energetica in poche mani non aiuta la sicurezza. Infatti, dopo la tragedia, abbiamo iniziato a preoccuparci di decentrare tale produzione, ripensare il modello energetico. Già da mesi i Comuni, anche quelli più piccoli, hanno iniziato a incentivare l’uso di fonti pulite. Cittadini e aziende vogliono prodursi da sé l’energia e stanno investendo nei sistemi di risparmio energetico. Quest’estate molti non hanno potuto usare i condizionatori e hanno sofferto il caldo: è bastato questo per diffondere l’esigenza di un cambio di approccio al problema delle fonti d’energia, che veda i cittadini protagonisti”.Da Fukushima alla Val di Susa: “La tratta ad alta velocità che vogliono costruire qui in Val di Susa – commenta invece Ignacio Ramonet - è una dei tanti progetti ingegneristici insostenibili e nemici dell’ambiente. Non possiamo continuare a costruire megastrutture. Grandi arterie stradali, reti di alta velocità, tunnel sotto le montagne, grandi centrali elettriche: sono tutte opere incompatibili con un modello di sviluppo a basso impatto ambientale. Soprattutto sono esempi del superpotere politico e ingegneristico, portato avanti senza una consultazione popolare, in particolare delle popolazioni direttamente interessate”.
“Dobbiamo aver chiaro che vogliamo far scomparire dal mondo l’uso dei combustibili fossili, come è scomparsa la schiavitù. Che l’energia nucleare non è un problema locale, perché non esistono incidenti nucleari locali. Non esiste l’incidente di Fukushima. Esiste un incidente nucleare globale”.
Nel suo intervento, Ramonet parla anche della Libia e delle rivolte che hanno reso protagoniste i popoli arabi e dell’Africa mediterranea: “I risultati ottenuti in Tunisia e in Egitto, ma anche in Siria, Marocco e Bahrein sono stati resi possibili dalle nuove reti sociali, che hanno permesso di amplificare e accelerare i flussi d’informazione. L’uso dei nuovi media ha permesso alla società civile di marcare la propria presenza. In alcuni casi, in modo drammatico, con il sovvertimento dei regimi. In altri casi costringendo i governanti a concedere riforme”.
Alla fine una difesa del pensiero utopista: “Dal punto di vista umanistico, utopia significa proporre alternative all’esistente. Significa dire che non siamo condannati ad accontentarci dello status quo. Che possiamo cambiare le cose. Nella storia ci sono molte utopie realizzate: l’idea della negoziazione tra gli Stati. L’Onu, la stessa Unione europea: l’Europa era la zona calda del mondo. Ora è in pace e si pone come modello per altre aree mondiali. Dobbiamo riproporre il pensiero utopista, ma ricordiamoci che per ottenere obiettivi che sembrano irrealizzabili occorre sapere chiaramente dove si vuole andare. Ecco perché – conclude Ramonet – chi si occupa di ambiente deve saper costruire una visione collettiva e un racconto del nuovo mondo che si vuole creare. Bisogna essere capaci di proporre un’alternativa a questo mondo, in tutti gli aspetti. Sociali, economici e paesaggistici”.
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