sabato, maggio 28, 2011
Due opinioni a confronto nella sala convegni di Santa Maria della Speranza a Roma in vista del referendum… ma anche a prescindere

del nostro corrispondente Carlo Mafera

Salvatore Barbera di Greenpeace, esperto nel settore nucleare, ha esposto le ragioni del no. Ha confutato, con l’aiuto di semplici slide, i luoghi comuni che girano intorno all’energia nucleare. Innanzitutto ha messo in evidenza che l’energia atomica è in costante declino: infatti in Italia, secondo i dati del Bilancio energetico nazionale del Ministero dello Sviluppo Economico e una elaborazione dell'Enea sui consumi finali per il 2007, l'elettricità che proviene dal nucleare rappresenta solo il 18%, contro il 48% di petrolio, il 29% di gas e il 5% di carbone. E nel 2008 questa percentuale è scesa al 13,5%.

Anche a livello internazionale il nucleare incide realmente solo per il 2,1%. L’uranio 235 basterà fino al 2030. La scommessa si fonda sui reattori di IV generazione del 2030, con uranio 238 che basterà solo per i successivi 30 anni… “C’è anche da dire – ha continuato Salvatore Barbera - che delle 35 centrali in costruzione al mondo (13 bloccate) 20 sono nei Paesi emergenti, 5 in Paesi industrializzati, niente in costruzione in GB e Germania, mentre ne gli Usa l’ultima centrale è del 1978! Riguardo poi all’emissione di CO2 non si dice che anche le centrali nucleari richiedono enormi quantità di acciaio speciale, zirconio e cemento, materiali che per la loro produzione richiedono carbone e petrolio. Un altro argomento che viene sostenuto da chi è favorevole all’energia prodotta dalla fissione nucleare sta nel fatto che i fossili sono in esaurimento (si pensa ad una riserva solo per altri 80 anni)... ma questi non dicono che anche l’uranio è in esaurimento”.

“Per quanto attiene la convenienza economica e per mantenere costante la potenza installata, si dovrebbe costruire una centrale ogni 19 giorni – ha continuato Barbera - Secondo una recente ricerca, per raccogliere il potenziale economicamente conveniente occorrerebbero investimenti in tecnologie e programmi per circa 80 miliardi di euro (circa 5,7 miliardi/anno negli anni dal 2007 al 2020), con un beneficio economico che si protrarrà nel tempo fino al 2040. Quindi sembrerebbero alti sia i costi di investimento che quelli di ammortamento, per non parlare di quelli di dismissione. Per fare un esempio concreto: le 4 vecchie centrali italiane a fine smantellamento avranno prodotto 150 mila metri cubi di scorie e la società incaricata dello smantellamento ha già speso 800 milioni di euro in 8 anni per il 6% dei lavori”.

In termini occupazionali, in base ad un’analisi di casi internazionali, si stima un aumento dell'occupazione tra 46.000 e 80.000 posti di lavoro per 14 anni nel settore, quindi un aumento non particolarmente significativo. Resta il fatto che poi in bolletta il costo industriale dell’elettricità pesa soltanto per un terzo. Tutto il resto sono oneri di altro tipo.

Altro argomento di non poca importanza è quello relativo alle scorie. Secondo l'inventario dell'Apat (Agenzia per la Protezione dell'Ambiente e per i Servizi Tecnici) in Italia c'è una montagna di rifiuti altamente radioattivi: circa 25.000 m3 di rifiuti, 250 tonnellate di combustibile irraggiato - pari al 99% della radioattività presente nel nostro Paese - a cui vanno sommati i circa 1.500 m3 di rifiuti prodotti annualmente da ricerca, medicina e industria e i circa 80-90.000 m3 di rifiuti che deriverebbero dallo smantellamento delle quattro centrali e degli impianti del ciclo del combustibile, che aspettano ancora un sito sicuro per lo smaltimento. “C’è da dire - ha ricordato Barbera - che le scorie di secondo tipo hanno bisogno di 300 anni per esaurire il loro potenziale di nocività. Ma quelle di terzo tipo ne hanno bisogno di 100mila.” E’ quindi importante per il cosiddetto principio del Bene Comune non lasciare in eredità alle generazioni future questa ‘bomba’ energetica. “E infine – ha sottolineato Barbera – non esiste, o meglio non è stato ancora trovato, un metodo sicuro per lo smaltimento delle scorie”.

Altro fattore di rischio è la probabilità di un incidente che cresce con il numero dei reattori ed è pari a 1 ogni 10mila anni di funzionamento, e tutto ciò è indipendentemente dalla tecnologia utilizzata. E ancora c’è da dire che la tesi secondo la quale l’energia nucleare è un’energia pulita e sicura è completamente infondata perché è stata dimostrata, da diverse ricerche, l’incidenza fortemente negativa sulla salute degli italiani dell’incidente di Chernobyl: è stato per esempio riscontrato un aumento delle leucemie infantili e dei tumori alla tiroide.

Dal canto suo Giuseppe Zollini, professore di ‘Tecnica ed economia dell’energia’ e di ‘Plasmi e fusione nucleare’ alla facoltà di Ingegneria dell’Università di Padova, ricercatore del consorzio Rfx di Padova dove studia i futuri reattori a fusione, già membro del segretariato della Commissione industria ricerca ed energia (Itre) del Parlamento europeo a Bruxelles, ha sostenuto una tesi più possibilista verso il nucleare: oggi nei Paesi sviluppati l’energia elettrica copre il 20% degli usi finali di energia ed assorbe il 40% del fabbisogno primario. L’elettricità nucleare ha emissioni di CO2 competitive con le fonti rinnovabili e costo del kilowattora inferiore alla maggior parte di esse; rappresenta oggi il 15% della produzione mondiale ed il 30% in Europa. “Rinunciarvi a priori sarebbe dunque globalmente insostenibile.”

Quanto alla tecnologia, le tipologie di terza generazione avanzata sono disponibili presso le industrie nucleari più moderne e esiste già d’altra parte uno sviluppo tecnologico verso i reattori di 4a generazione, che sfrutteranno meglio l’Uranio naturale, cioè l’Uranio 238. “Le prossime centrali – ha detto Zollino – o saranno di quarta generazione o non si faranno”.

Sono presenti 0 commenti

Inserisci un commento

Gentile lettore, i commenti contententi un linguaggio scorretto e offensivo verranno rimossi.



___________________________________________________________________________________________
Testata giornalistica iscritta al n. 5/11 del Registro della Stampa del Tribunale di Pisa
Proprietario ed Editore: Fabio Gioffrè
Sede della Direzione: via Socci 15, Pisa