giovedì, maggio 19, 2011
Il meglio e il peggio dell’umanità si fronteggiano nei film che accompagnano il Festival di Cannes verso la sua conclusione. Il peggio del comportamento pubblico e privato viene da "Melancholia" di Lars Von Trier, cronaca di una famiglia dell’alta società sullo sfondo degli ultimi momenti della Terra, in rotta di collisione con un altro corpo celeste.

Radio Vaticana - Maestro di sventure, moralista e manipolatore, Von Trier si diverte a fustigare i suoi simili e nel contempo a provocare lo spettatore. Il risultato, come nel suo precedente "Antichrist", è un’opera che coniuga controllo preciso della materia narrativa e impeccabili scelte formali con una disturbante presunzione demiurgica, lasciandoci al contempo affascinati e in preda ad un impellente desiderio di fuggire. È esattamente il contrario del sentimento che ci lega, durante e dopo la proiezione, al film di Aki Kaurismaki "Le Havre". Qui siamo nella città francese sulla Manica che fu ricostruita nel dopoguerra mondiale come un modello di sviluppo urbanistico, nella speranza di una società ideale. Cinquant’anni dopo non è proprio questa società ad abitarla, ma un’umanità dove si fronteggiano paura e carità. Ne è protagonista un lustrascarpe che accoglie presso di sé un giovanissimo clandestino, arrivato fin là in un container. La polizia è sulle sue tracce, ma la piccola comunità popolare dell’angiporto lo difende e lo aiuta, con la complicità di un commissario, implacabile nell’arrestare i criminali ma generoso con i deboli e gli indifesi. Kaurismaki fa quello che ogni cineasta dovrebbe fare: sintetizza in dialoghi e gesti la dialettica in atto nella nostra società; e lo fa con una tale semplicità da diventare esemplare. Di fronte alle battute fulminanti e agli sguardi muti dei suoi fantastici attori, nello spettatore cresce non solo la coscienza del mondo, ma anche la gratitudine di chi riflette e apprende col sorriso sulle labbra. Sempre molto interessanti e coinvolgenti, anche se formalmente più complessi, si rivelano gli altri due film della competizione ufficiale, "Pater" di Alain Cavalier e "Hanezu" di Naomi Kawase. Nel primo, un vecchio regista francese e un attore non più giovanissimo passano il loro tempo a progettare un film sul potere politico. Un po’ documentario e un po’ finzione, il film si dipana fra scene di complicità, pasti di raffinata golosità e dialoghi sulla vita che passa, per virare poi improvvisamente nella messa in scena della routine di un governo, fra proclami idealistici che vorrebbero conciliare la ricchezza e la miseria del mondo, intrighi di palazzo e frustranti inseguimenti del successo. Cavalier e il suo attore Vincent Lindon passano così impercettibilmente dalla persona al personaggio, rivelandoci la loro umanità e lasciandoci al contempo di fronte all’insondabile enigma che sovrintende ad ogni rappresentazione. Il termine enigma è anche quanto di più vicino ci possa essere alla definizione di "Hanezu", intreccio di temporalità e situazioni umane che unisce l’arcaico mondo della mitologia giapponese al presente drammatico del Paese. Il senso dell’operazione è l’eterno ripetersi delle azioni umane e la perdita di quel sentimento dell’attesa che costituiva il patrimonio etico delle generazioni passate. Qui siamo a Nara, nella città che sorge su uno dei più vasti e antichi siti archeologici del Giappone. Qui due uomini amano la stessa donna e desiderio e dolore si fronteggiano nella constatazione di un’impossibile risoluzione. Qui in altri tempi altri esseri umani si sono amati e abbandonati, senza lasciare traccia di sé. Qual è dunque il nesso che lega le sorti degli umani all’implacabile scorrere del mondo? La Kawase non lo rivela, lasciando lo spettatore di fronte allo specchio muto della propria esistenza e all’insondabile mistero della vita. (Da Cannes, Luciano Barisone) ascolta.

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