Basta alle armi, basta all’occupazione israeliana dei Territori palestinesi con tutto il suo portato di paura e disperazione, spazio a idee e uomini che dopo 62 anni portino finalmente la pace attraverso l’esplorazione di nuove strade.
Agenzia Misna - Alla MISNA che lo ha sentito ieri a margine delle iniziative di ‘Sguardi sui cristiani del Medio oriente’, manifestazione che sta accompagnando l’Assemblea speciale per il Medioriente del Sinodo dei vescovi (10-24 ottobre), il Patriarca di Gerusalemme dei latini, monsignor Fouad Twal, ha sottolineato che “l’occupazione fa male ai palestinesi come agli israeliani” e che essa è la prima causa “della disastrosa situazione che viviamo” e della stessa emigrazione dei cristiani dalla Terra Santa. Oggi, nel corso di una conferenza stampa tenuta al Vaticano, il Patriarca ha ribadito questi concetti: “Inutile aspettare altri 62 anni - ha detto - o i mezzi usati finora non erano buoni o, peggio, non c’era una buona volontà per risolvere il problema. Adesso ci sono negoziati in corso, prego per questi leader politici, perché siano coraggiosi, perché facciano passi coraggiosi per dare alla popolazione un po’ di speranza e credibilità”. Monsignor Twal ha anzi aperto a possibilità diverse dalla soluzione di ‘due popoli, due Stati’: “Tanti hanno parlato di due Stati, anche io. Ma se due Stati non sono possibili, sono disposto ad accettare un solo Stato democratico dove i palestinesi abbiano diritto di votare. Non possiamo però continuare con l’occupazione, perché è odiosa e fa male a tutti”. Commentando recenti dibattiti politici israeliani sul tema dell’identità ebraica, monsignor Twal ha precisato che “uno stato democratico non può essere ebraico, perché all’interno di Israele vivono un milione e mezzo di arabi, cristiani e musulmani. Non possiamo mettere assieme democrazia e sionismo”. Condannando la vendita di armamenti ai paesi mediorientali soprattutto da parte dell’industria bellica americana ed europea, il Patriarca di Gerusalemme ha concluso il suo incontro con i giornalisti sottolineando l’importanza dell’istruzione (“Se pensiamo che tutta una generazione, palestinese e israeliana, è nata sotto il segno della violenza, io mi chiedo che tipo di generazione stiamo preparando, che tipo di famiglie stiamo preparando?”) e la necessità di cambiamenti profondi all’interno della politica israeliana: “Diverse migliaia di palestinesi, alcuni minori, si trovano in carcere, diversi in detenzione preventiva – ha detto – e questo non aiuta a creare un’atmosfera di fiducia, di calma e collaborazione, anzi non fa che aggravare la situazione. Al contrario, bisognerebbe cambiare modo di fare, di avvicinarsi al problema, di trovare più soluzioni: pace per tutti, sicurezza per tutti, fiducia reciproca”.
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