sabato, settembre 04, 2010
6 aprile 2009: un terremoto di magnitudo 6,3 Richter si abbatte sul capoluogo abruzzese verso le 3.30 di notte… Sono trascorsi giorni, settimane, mesi - quando si potrà scrivere la parola fine allo sconforto che dura da allora?

di Stefano Buso

Preparare un articolo su una calamità, un terremoto piuttosto che un’alluvione, mette una certa inquietudine. La mente dovrebbe essere concentrata su quanto si sta per scrivere, in realtà inizia a saturarsi di pensieri, dubbi e… domande. Azzardando un paragone automobilistico, è come cercare d’innestare la marcia per prendere velocità senza riuscire nell’intento. E poi arrivano puntuali rabbia, collera e frustrazione. In confidenza, questo articolo ha preso forma più di una volta, e altrettante è stato “archiviato” nel cestino. Forse non diverrà mai un articolo pregnante, tuttavia dovrebbe (si spera) colpire chi lo leggerà. Il terremoto è un evento crudele che a distanza di mesi non si scorda, e paradossalmente diventa più opprimente e corrosivo.
Così, mentre sfogli la rassegna stampa e sorseggi un caffè scopri che all’Aquila lo sciame sismico – definizione che gli esperti usano per significare l’instabilità geologica locale – ha di nuovo fatto capolino, e siamo alle porte del secondo inverno, che sarà lungo e duro per quanti vivono ancora in precarietà. Ecco un’altra ondata di stizza che arriva come un vento gelido e cattura il cuore. Il destino è beffardo, crudele, va da sé. Difficile azzardare spiegazioni su come quando e quando calerà il sipario su questa brutta vicenda. In realtà qualche risposta arriva, volutamente ansiolitica, condita d’ipocrisia per aspergere un pizzico di serenità. Più che altro agli aquilani servono risposte e fatti, più che essere tranquillizzati…
Il terremoto dell’aprile 2009 non ha risparmiato nulla: chiese, campanili, capitelli, l’ospedale nuovo, la casa dello studente e centinaia di dimore ridotte a macerie intrise di polvere. Tutti abbiamo visto in televisione L’Aquila distrutta. Sembrava rasa al suolo da bombardamenti, uguale alle città distrutte documentate dai filmati Luce dei ‘40. Calcinacci, pezzi di pietra, ferri arrugginiti, sassi, polvere mescolati alla vita e… alla morte.
I ruderi testimoniano un mondo, una società, un luogo fatto di speranze, sogni, ansie…attese. Sbiaditi frammenti che hanno immortalato il passato per continuare a far soffrire chi continua a vivere. A più potrebbe sembrare irrazionale avvicinarsi a un cumulo di pietre e frugare in cerca di un drappo o ricordi che mancano, che da quella tragica notte non rispondono all’appello. Non lo è affatto, è invece straziante.
A dare una mano a mantenere fervido il ricordo è la burocrazia e i suoi incredibili meandri kafkiani. Qualcuno, zelantemente, ha rammentato alla gente del capoluogo abruzzese che è in arretrato di I.c.i., Irap, fisco e compagnia bella. Nondimeno di mutui, vecchi sospesi, rate insolute, finanziamenti ecc. E sembrerebbe che qualche agenzia di recupero crediti si sia messa in moto. Date a Cesare quello che è…
Questo vorrebbe essere uno dei tanti reportage su una città provata e messa in ginocchio parecchi mesi fa che ha tutto il diritto di sperare. Invece appare la cronaca di una città che sta per essere uccisa la seconda volta. Dopo tanti mesi in attesa, sperando in un futuro migliore arriva il momento che si smette aver paura, perché anche quella ha un limite come la speranza… non è proprio rimasto più nulla.


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