mercoledì, agosto 25, 2010
del nostro collaboratore redazionale Stefano Buso

Fine estate: vacanze ultimate (per i fortunati che le hanno fatte), e… pesante crisi all’orizzonte. Al benessere sfuggente segue il disagio per la perdita del lavoro o la prospettiva della cassa integrazione. Le famiglie tirano la cinghia all’inverosimile non arrivando alla fine del mese. Il malcontento dilaga condito da drammatica frustrazione. E così, questo libello di Italo Calvino, "Marcovaldo ovvero Le stagioni in città", edito negli anni '60 da Einaudi, diventa attualissimo.
Negli episodi del libro Marcovaldo affronta una sfilza di disagi che sembrano non aver tregua. La sua è una vita grama (ambientata forse a Milano o Torino) che prende le mosse in un’Italia diversa da quella odierna. Lui, persona umile, esprime un modo di fare d’altri tempi: è ingenuo, alla buona, non difetta di ottimismo, tutti elementi caratteriali diffusi in quegli anni.

Senz’altro è un personaggio paradigmatico del sottoproletariato del tempo. Epoca dove alla sera si cenava con il caffèlatte andando a letto dopo il carosello. Così, i racconti del libro diventano un viaggio all’indietro scoprendo una vita senz’altro modesta, ma schietta, zeppa di sentimento. Marcovaldo è uno dei tantissimi abitanti di un’anonima metropoli del nord, fredda, piena di smog, in cui non mancano palazzi, fabbriche e ciminiere; dove ognuno pensa solo a se stesso infischiandosene del disagio del prossimo.

Nondimeno, l’arguto manovale, seppur in preda a mille traversie, si fa catturare da particolari che ai più sfuggono. Ad esempio, alcuni funghi selvatici cresciuti in un’aiola comunale che scambia per buoni, e invece gli procurano un ricovero urgente al centro antiveleni. Struggente la città smarrita nella neve, racconto in cui Marcovaldo è incaricato dalla ditta (la Sbav, un acronimo di fantasia) di spalare la neve che ha imbiancato la città e ha così l’opportunità di scoprire una dimensione nuova, sospesa tra reale e irreale. La neve, infatti, copre ogni cosa offrendo una sensazione di uguaglianza.

Invero, ogni angolazione del libro è legata alle stagioni dell’anno: autunno, inverno, primavera ed estate. Calvino con brillante acume e non poca ironia anticipa i tempi, dimostrando come la società e i suoi macchinosi ingranaggi annullino l’uomo, tanto da farlo diventare apatico. Comunque lo stato di disagio apre i cancelli a considerazioni talvolta trascurate: la vita, la solidarietà, la malattia, le ristrettezze economiche, il bisogno di evadere dalla routine, la precarietà e via discorrendo.

Quante persone al giorno d’oggi sono dei neo Marcovaldo, cullati dai social network dalla mattina alla sera ma in totale solitudine e privi di valori e obiettivi importanti? Tante, troppe persone che annaspano nella giungla di asfalto e solitudine, distratti, inconsapevoli e immersi nell’indifferenza generale. L’illusione di dominare il mondo ha allontanato le persone dalla vita. Calvino ha certamente guardato oltre scrivendo questo libro mezzo secolo fa, ma modellato per tutte le società, passate e future. L’elemento univoco resta l’impotenza dinnanzi agli eventi, verso i quali non esiste alcuna tecnologia. Marcovaldo se la cava sempre proprio per questo: difetta di danaro, di certezze e capitali materiali ma è di animo nobile, altruista e sensibile. In fin dei conti sono qualità niente affatto demodé e veri antidoti per non restare schiacciati dall’indifferenza…

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