Alessandra Cassinerio, giovane volontaria di Busto Arsizio, ci racconta l'esperienza del suo gruppo nell'istituto penitenziario di Briston, in Inghilterra
Come gruppo di giovani volontari, impegnati nella liturgia presso le carceri di Busto Arsizio, guidati dal cappellano don Silvano, abbiamo organizzato una visita di cinque giorni a Londra. Non è stato semplicemente turismo, perchè l’intenzione principale era di conoscere la realtà delle carceri londinesi e confrontarla con quella italiana a noi più nota. Il nostro gruppo di giovani, pur eterogeneo per età, studi e attività lavorativa, si presentava compatto e motivato... Nel carcere di Pentonville e poi in quello di Briston, appena giunti alla “portineria” ci hanno fotografato uno per uno e, prese le nostre impronte digitali, ci hanno rilasciato subito un pass speciale con foto. Ci siamo sentiti “schedati”, ma questa è la prassi per la sicurezza... e l’efficienza inglese. Entrati poi nel cortile abbiamo avuto tutti la stessa impressione: essere in un campo di concentramento. In alto reti, come pure al nostro fianco, muri di recinzione con filo spinato e ancora filo spinato. Poi, grazie alla presenza di padre Carmelo, siamo entrati nelle diverse sezioni.
Il primo impatto è stato di puro caos: tanta, tanta gente passava avanti e indietro, non solo detenuti, ma anche agenti penitenziari e assistenti sociali. Questi ultimi, infatti, assistono il detenuto dal momento dell’arresto fino a dopo la sua liberazione. E tra il caos generale di quella sezione c’eravamo anche noi: un gruppo di giovani italiani in visita. Situazione impensabile questa o estremamente rara per qualsiasi carcere italiano!
Lo spettacolo era angosciante: ci sembrava di vedere i gironi dell’Inferno di Dante. E ricordava tantissimo l’ambientazione di un film girato qualche anno fa: “Fuga da Alcatraz”. L’ambiente infatti era costituito da una rotonda posta al centro, dalla quale si diramava una serie di corridoi, che costituivano le varie sezioni. Una grande rete separava il piano in cui eravamo noi, poi vi era un altro piano con le celle e così via un secondo piano ed un terzo piano con tutte persone al ristretto.
Alcuni dei detenuti ci guardavano dall’alto, sorridevano e sicuramente si domandavano: “Ma chi sono mai? E perché sono qui!?”. Ad essere sincera, anch’io per pochi minuti mi sono domandata: “Perché mai sono qui!?”. Mi sentivo come uno che va a visitare lo zoo safari, a vedere le bestie feroci in gabbia. Poi ho cancellato questo pensiero, perché mi sono resa conto che il carcere è un luogo di sofferenza, dove non ci sono bestie ma persone che hanno perso la loro libertà, gli affetti familiari. Uomini che cercano attraverso gli sguardi di persone esterne quella dignità ormai persa o calpestata.
Non potrò dimenticare gli occhi di un uomo che era stato appena arrestato. È entrato nella sezione con il suo kit (piatto, bicchiere di plastica, t-shirt, pantaloni, lenzuola), mi ha guardato, mi ha sorriso e mi ha detto: Hello! Dentro di me ho pensato che forse aveva bisogno di un minimo di normalità, in un luogo dove nulla appariva normale. Ho ricordato allora le loro parole: “Il nostro passato non è alle nostre spalle, ma sotto i nostri piedi!”.
Come gruppo di giovani volontari, impegnati nella liturgia presso le carceri di Busto Arsizio, guidati dal cappellano don Silvano, abbiamo organizzato una visita di cinque giorni a Londra. Non è stato semplicemente turismo, perchè l’intenzione principale era di conoscere la realtà delle carceri londinesi e confrontarla con quella italiana a noi più nota. Il nostro gruppo di giovani, pur eterogeneo per età, studi e attività lavorativa, si presentava compatto e motivato... Nel carcere di Pentonville e poi in quello di Briston, appena giunti alla “portineria” ci hanno fotografato uno per uno e, prese le nostre impronte digitali, ci hanno rilasciato subito un pass speciale con foto. Ci siamo sentiti “schedati”, ma questa è la prassi per la sicurezza... e l’efficienza inglese. Entrati poi nel cortile abbiamo avuto tutti la stessa impressione: essere in un campo di concentramento. In alto reti, come pure al nostro fianco, muri di recinzione con filo spinato e ancora filo spinato. Poi, grazie alla presenza di padre Carmelo, siamo entrati nelle diverse sezioni.Il primo impatto è stato di puro caos: tanta, tanta gente passava avanti e indietro, non solo detenuti, ma anche agenti penitenziari e assistenti sociali. Questi ultimi, infatti, assistono il detenuto dal momento dell’arresto fino a dopo la sua liberazione. E tra il caos generale di quella sezione c’eravamo anche noi: un gruppo di giovani italiani in visita. Situazione impensabile questa o estremamente rara per qualsiasi carcere italiano!
Lo spettacolo era angosciante: ci sembrava di vedere i gironi dell’Inferno di Dante. E ricordava tantissimo l’ambientazione di un film girato qualche anno fa: “Fuga da Alcatraz”. L’ambiente infatti era costituito da una rotonda posta al centro, dalla quale si diramava una serie di corridoi, che costituivano le varie sezioni. Una grande rete separava il piano in cui eravamo noi, poi vi era un altro piano con le celle e così via un secondo piano ed un terzo piano con tutte persone al ristretto.
Alcuni dei detenuti ci guardavano dall’alto, sorridevano e sicuramente si domandavano: “Ma chi sono mai? E perché sono qui!?”. Ad essere sincera, anch’io per pochi minuti mi sono domandata: “Perché mai sono qui!?”. Mi sentivo come uno che va a visitare lo zoo safari, a vedere le bestie feroci in gabbia. Poi ho cancellato questo pensiero, perché mi sono resa conto che il carcere è un luogo di sofferenza, dove non ci sono bestie ma persone che hanno perso la loro libertà, gli affetti familiari. Uomini che cercano attraverso gli sguardi di persone esterne quella dignità ormai persa o calpestata.
Non potrò dimenticare gli occhi di un uomo che era stato appena arrestato. È entrato nella sezione con il suo kit (piatto, bicchiere di plastica, t-shirt, pantaloni, lenzuola), mi ha guardato, mi ha sorriso e mi ha detto: Hello! Dentro di me ho pensato che forse aveva bisogno di un minimo di normalità, in un luogo dove nulla appariva normale. Ho ricordato allora le loro parole: “Il nostro passato non è alle nostre spalle, ma sotto i nostri piedi!”.
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È presente 1 commento
Sono la fidanzata di uno dei defenuti a cui sono stati revocati gli arresti domiciliari,xchè non idoneo l'appartamento e abusivo.Noi abbiamo cercato di regolarizzare ma non potendo uscire da casa non era facile.Ora leggo la situazione che c'è e mi chiedo perchè non lasciare la possibilita a chi ce la stava facendo di andare avanti.Invece no,rimesso dentro dopo ben due volte il giudice avesse accettato i domiciliari.Non so xchè una mattina si sono alzati e ci hanno ripensato,ci sono voluti otto mesi.è giustizia questa????
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