Diverse associazioni ambientaliste sono preoccupate della piega che stanno prendendo i negoziati della road map di Copenhagen, ad ottobre ai climate change talks di Bangkok sono tornate a galla quelle che chiama "le buone false soluzioni" con in testa il nucleare, escluso dai meccanismi di riduzione delle emissioni dal Protocollo di Kyoto.
GreenReport - Le organizzazioni che partecipano alla campagna internazionale "Don't nuke the climate" evidenziano «La minaccia di veder questa tecnologia pericolosa, cara ed inefficacie in materia di lotta contro il cambiamento climatico rientrare nel quadro di un nuovo accordo che si precisa. Numerosi Paesi desiderano in effetti che questa fonte di energia possa beneficiare dei finanziamenti da parte dei Paesi industrializzati nel quadro delle future azioni di riduzione delle emissioni di gas serra dei Paesi in via di sviluppo. Questa posizione è difesa tra gli altri da Canada, Stati Uniti, Giappone, Messico, India, il gruppo africano e la Francia». Non a caso tutti Stati esportatori di tecnologia nucleare (che quindi finanzierebbero così ulteriormente la loro industria atomica in difficoltà), che vogliono rafforzare con tecnologia occidentale il loro nucleare, che vogliono diventare potenze nucleari o pronti a mettere a disposizione delle industrie straniere territori e risorse per produrre energia nucleare.
Le associazioni ambientaliste ed antinucleari denunciano queste proposte anche ai Climate change talks in corso a Barcellona, dove sotto accusa è in particolare la posizione della Francia «Che privilegia i suoi interessi industriali di fronte all'interesse generale. Se il nucleare diventa ammissibile per i finanziamenti, su questa base l'industria nucleare troverà così una fonte di sovvenzione pubblica maggiore».
Sortir du nucléaire è presente al summit di Barcellona come Ong che coordina la campagna "Don't nuke the climate" ed è affiancata da Tanquem les Nuclears (Spagna), International forum on globalization, Ecodefense (Russia), Anti-Atom-Szene (Austria.) che seguono I Climate change talks e fanno pressione sui delegate per evitare che il nucleare sia incluso nel meccanismo di riduzione delle emissioni dei gas serra.
Secondo Charlotte Mijeon del Réseau Sortir du nucléaire «La Francia tenta di nuovo d'imporre la sua industria ignorando i pericoli dell'energia nucleare (rischi di incidenti, contaminazioni degli ecosistemi, insolubilità del problema delle scorie, proliferazione...), così come dell'inefficacia di questa tecnologia per lottare contro il cambiamento climatico. Il nucleare è irrilevante per la maggior parte delle emissioni, è fuori tempo di fronte all'emergenza climatica e vulnerabile ai fattori climatici. Inoltre, le sue emissioni di gas serra non sono trascurabili».
Morgane Créach del Réseau action climat ricorda che «Troppo costoso ed esigendo delle infrastrutture troppo pesanti, il nucleare é particolarmente inadatto ai Paesi in via di sviluppo. Se fosse incluso nell'accordo di Copenhagen, assorbirà dei fondi considerevoli e priverà i Paesi in via di sviluppo di finanziamenti essenziali per limitare le loro emissioni attraverso le vere soluzioni: energie rinnovabili, efficienza energetica, lotta contro la deforestazione, eccetera»
La campagna "Don't nuke the climate!" organizzerà nelle prossime settimane che ci dividono dal summit di Copenhagen numerose iniziative un po' in tutto il mondo, anche attraverso una petizione tradotta in dieci lingue (nella versione italiana può essere firmata su http://www.dont-nuke-the-climate.org) e che ha già raccolto il sostegno di 280 associazioni (in Italia Ecologia e territorio, Legambiente, Mediterraneo for Peace, Mondo in cammino, NunVeReggaeCchiù, Rete nazionale antinucleare, Terra!) che sarà consegnata alle delegazioni dei Paesi che parteciperanno alla Conferenza di Copenhagen per chiedere di rifiutarsi di includere il nucleari tra le possibili soluzioni per combattere il global warming.
Il presidente di Legambiente, Vittorio Cogliati Dezza, spiega che «Il nucleare non deve essere considerato uno strumento di lotta ai cambiamenti climatici. Ritenerlo tale, cedendo alle pressioni dell'industria atomica e di alcuni Stati, a cominciare dalla Francia, sarebbe un grave errore: sottraendo le risorse alle vere soluzioni per il clima, le fonti rinnovabili e l'efficienza energetica, pregiudicheremmo la possibilità di vincere nei tempi dovuti la sfida climatica. Ecco perché chiediamo ai delegati e ai governi che parteciperanno alla Conferenza di Copenhagen di rifiutare con forza l'ipotesi di considerare il nucleare una tecnologia pulita e di includerlo nella nuova intesa. La riduzione delle emissioni è ormai un'urgenza e l'energia dall'atomo è inefficace e dannosa».
Stefano Ciafani, responsabile scientifico di Legambiente, spiega che «Nel Protocollo di Kyoto il nucleare è stato giustamente escluso dalle tecnologie che servono alla riduzione dei gas serra, perché costoso, ancora pericoloso e non efficace nella lotta ai cambiamenti climatici. Occorre sapere, infatti, che un sistema energetico basato sul nucleare produce 7 volte più CO2 di un sistema a cogenerazione. Il nucleare emette quantità tutt'altro che trascurabili di gas serra: nel computo non vanno dimenticati la costruzione e lo smantellamento delle centrali, l'estrazione e il trasporto dell'uranio, il trattamento delle scorie, il cui smaltimento definitivo rimane peraltro un problema insoluto. Il nucleare ha bisogno di enormi investimenti e richiede l'intervento dello Stato e ingenti sussidi. Secondo il MIT di Boston negli ultimi 4 anni il costo del KW installato è salito da 2000 a 4000 dollari. Considerando che ci vogliono almeno 10-15 anni per costruire un nuovo reattore, il contributo del nucleare alla riduzione della CO2 oltre a essere minimo e molto costoso sarebbe comunque tardivo. Per ogni euro investito in energie rinnovabili si ottengono riduzioni di gas serra fino a 11 volte maggiori di quanto è possibile fare con il nucleare».
Le associazioni ambientaliste ed antinucleari denunciano queste proposte anche ai Climate change talks in corso a Barcellona, dove sotto accusa è in particolare la posizione della Francia «Che privilegia i suoi interessi industriali di fronte all'interesse generale. Se il nucleare diventa ammissibile per i finanziamenti, su questa base l'industria nucleare troverà così una fonte di sovvenzione pubblica maggiore».
Sortir du nucléaire è presente al summit di Barcellona come Ong che coordina la campagna "Don't nuke the climate" ed è affiancata da Tanquem les Nuclears (Spagna), International forum on globalization, Ecodefense (Russia), Anti-Atom-Szene (Austria.) che seguono I Climate change talks e fanno pressione sui delegate per evitare che il nucleare sia incluso nel meccanismo di riduzione delle emissioni dei gas serra.
Secondo Charlotte Mijeon del Réseau Sortir du nucléaire «La Francia tenta di nuovo d'imporre la sua industria ignorando i pericoli dell'energia nucleare (rischi di incidenti, contaminazioni degli ecosistemi, insolubilità del problema delle scorie, proliferazione...), così come dell'inefficacia di questa tecnologia per lottare contro il cambiamento climatico. Il nucleare è irrilevante per la maggior parte delle emissioni, è fuori tempo di fronte all'emergenza climatica e vulnerabile ai fattori climatici. Inoltre, le sue emissioni di gas serra non sono trascurabili».
Morgane Créach del Réseau action climat ricorda che «Troppo costoso ed esigendo delle infrastrutture troppo pesanti, il nucleare é particolarmente inadatto ai Paesi in via di sviluppo. Se fosse incluso nell'accordo di Copenhagen, assorbirà dei fondi considerevoli e priverà i Paesi in via di sviluppo di finanziamenti essenziali per limitare le loro emissioni attraverso le vere soluzioni: energie rinnovabili, efficienza energetica, lotta contro la deforestazione, eccetera»
La campagna "Don't nuke the climate!" organizzerà nelle prossime settimane che ci dividono dal summit di Copenhagen numerose iniziative un po' in tutto il mondo, anche attraverso una petizione tradotta in dieci lingue (nella versione italiana può essere firmata su http://www.dont-nuke-the-climate.org) e che ha già raccolto il sostegno di 280 associazioni (in Italia Ecologia e territorio, Legambiente, Mediterraneo for Peace, Mondo in cammino, NunVeReggaeCchiù, Rete nazionale antinucleare, Terra!) che sarà consegnata alle delegazioni dei Paesi che parteciperanno alla Conferenza di Copenhagen per chiedere di rifiutarsi di includere il nucleari tra le possibili soluzioni per combattere il global warming.
Il presidente di Legambiente, Vittorio Cogliati Dezza, spiega che «Il nucleare non deve essere considerato uno strumento di lotta ai cambiamenti climatici. Ritenerlo tale, cedendo alle pressioni dell'industria atomica e di alcuni Stati, a cominciare dalla Francia, sarebbe un grave errore: sottraendo le risorse alle vere soluzioni per il clima, le fonti rinnovabili e l'efficienza energetica, pregiudicheremmo la possibilità di vincere nei tempi dovuti la sfida climatica. Ecco perché chiediamo ai delegati e ai governi che parteciperanno alla Conferenza di Copenhagen di rifiutare con forza l'ipotesi di considerare il nucleare una tecnologia pulita e di includerlo nella nuova intesa. La riduzione delle emissioni è ormai un'urgenza e l'energia dall'atomo è inefficace e dannosa».
Stefano Ciafani, responsabile scientifico di Legambiente, spiega che «Nel Protocollo di Kyoto il nucleare è stato giustamente escluso dalle tecnologie che servono alla riduzione dei gas serra, perché costoso, ancora pericoloso e non efficace nella lotta ai cambiamenti climatici. Occorre sapere, infatti, che un sistema energetico basato sul nucleare produce 7 volte più CO2 di un sistema a cogenerazione. Il nucleare emette quantità tutt'altro che trascurabili di gas serra: nel computo non vanno dimenticati la costruzione e lo smantellamento delle centrali, l'estrazione e il trasporto dell'uranio, il trattamento delle scorie, il cui smaltimento definitivo rimane peraltro un problema insoluto. Il nucleare ha bisogno di enormi investimenti e richiede l'intervento dello Stato e ingenti sussidi. Secondo il MIT di Boston negli ultimi 4 anni il costo del KW installato è salito da 2000 a 4000 dollari. Considerando che ci vogliono almeno 10-15 anni per costruire un nuovo reattore, il contributo del nucleare alla riduzione della CO2 oltre a essere minimo e molto costoso sarebbe comunque tardivo. Per ogni euro investito in energie rinnovabili si ottengono riduzioni di gas serra fino a 11 volte maggiori di quanto è possibile fare con il nucleare».
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