sabato, agosto 22, 2009

di Bartolo Salone

Dopo le polemiche scatenate dall’uso del “costume islamico” in una piscina di Verona, il sindaco leghista di Varallo Sesia (un paesino del vercellese) in questi giorni ha spiccato un’ordinanza che vieta – pena una multa di euro 500 – l’uso di tale costume (giornalisticamente noto come “burkini”, neologismo derivante dalla fusione delle parole “burqa” e “bikini”) nelle spiagge e lungo i torrenti del paesino piemontese. Il “burkini”, ideato da uno stilista di origine libanese, Aheda Zanetti, è un costume da bagno realizzato con uno speciale tessuto estremamente leggero che non si attacca al corpo, anche bagnato, e che lascia scoperti solo mani, piedi e viso. L’ordinanza appare motivata da ragioni igieniche e di ordine pubblico. Le ragioni igieniche sarebbero legate al tipo di tessuto impiegato, il quale si presume pericoloso per la salute di chi lo indossa e degli altri bagnanti (la quale affermazione, a dire il vero, in assenza delle dovute verifiche da parte delle competenti autorità, rischia di apparire pretestuosa). Le ragioni di ordine pubblico sarebbero invece legate al turbamento che una donna che va al mare in quel modo potrebbe suscitare soprattutto tra i più piccoli. Motivazione, questa, a dir poco singolare, dato che, fino a qualche tempo fa, si sarebbe anche da noi sostenuto il contrario, vale a dire che la vista di una donna denudata (e non di una donna vestita) è idonea a turbare la sensibilità dei bambini.
In realtà, quando si va in una località di mare, oggigiorno si vede di tutto: donne in topless, uomini “pompati” che amano mostrare a tutti i propri muscoli, persone piene dalla testa ai piedi di tatuaggi e di piercing, spesso in corrispondenza delle parti più intime del proprio corpo. Insomma, assistiamo a condotte ispirate al massimo esibizionismo, all’ostentazione - non sai se più grottesca o patologica - della propria prestanza fisica e “sessuale”, senza che ci si faccia scrupolo di nulla e senza interrogarsi su quali conseguenze tutto questo possa avere sulla crescita e soprattutto sull’educazione dei più piccoli, portati, in ragione della loro età, ad imitare meccanicamente i comportamenti che vedono negli adulti.
Per non turbare la sensibilità dei bambini, nessuno pensa di proibire siffatti comportamenti, espressione di una società sempre più “erotizzata” e ossessionata dal culto del corpo, e invece si impedisce a persone di diversa sensibilità e religione di indossare il tipo di costume ritenuto più adeguato a garantire la propria riservatezza. Senza considerare, poi, che il burkini, per molte donne islamiche, potrebbe rappresentare (in alternativa a spiagge separate) la sola possibilità di andare al mare per fare un bagno o semplicemente per accompagnare i propri bimbi. Per cui, vietando tale indumento, si finisce con l’incidere sensibilmente sulla libertà di movimento nonché sulla possibilità di una effettiva integrazione sociale di queste persone.
Pur non sottovalutando le difficoltà e, a volte, le tensioni che l’integrazione tra persone di diversa cultura e provenienza comporta e pur non essendo, in tutta sincerità, un entusiasta sostenitore del modello della multiculturalità, ritengo tuttavia che nell’attuale momento di evoluzione dei costumi (sociali e morali) della società italiana non sarebbe un male che si incontrassero nelle nostre spiagge donne in bikini e donne in burkini. Le prime, così come gli uomini occidentali, al pari delle donne sempre più vanitosi ed esibizionisti, specialmente in mare, avrebbero modo di riflettere sui valori, per nulla sorpassati, del pudore e della modestia; le seconde, a loro volta, potrebbero acquistare maggiore consapevolezza del fatto che pudore e castità non sono una mera questione di abito e allentare così la rigidità di certi costumi, tante volte derivanti da un’interpretazione letterale, in alcuni casi fondamentalista, dei passi del Corano.


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