Eco51.it - La tendenza globale all’aumento della temperatura, un cambiamento climatico senza precedenti, si ripercuote drammaticamente sulla produttività e sul reddito agricolo, fino a compromettere gravemente la sicurezza alimentare. Se entro la fine di questo secolo, si continueranno a registrare incrementi più elevati delle medie stagionali rispetto al passato in gran parte del mondo, le numerose colture danneggiate provocheranno ripercussioni gravissime nella produzione alimentare.Senza adeguate condizioni di adattamento nelle aree agricole tropicali e subtropicali, metà della popolazione mondiale - la più povera, che vive con meno di 2 dollari al giorno - e dal maggiore ritmo di crescita - 3 miliardi di persone destinate quasi a raddoppiare entro il 2100 - sarà la prima a dover affrontare gravi deficit di cibo. Anche le regioni temperate non saranno risparmiate, tanto da non poter più garantire, con produzioni eccedenti, l’approvvigionamento tampone delle carenze alimentari di altre parti del pianeta. I cambiamenti climatici globali diffonderanno insicurezza alimentare.
Le temperature medie nei tropici, più elevate rispetto alle precedenti, avranno un impatto maggiore sul rendimento agrario per la minore capacità di adattarsi alle variazioni climatiche. Il raccolto delle principali colture alimentari, mais e riso, scenderà dal 20% al 40% con il caldo eccessivo e ulteriormente per la perdita di umidità del suolo peggiorata da elevate concentrazioni di gas serra.
I valori storici di estrema calura della stagione estiva - probabile norma in futuro - hanno causato impatti catastrofici a breve termine dannosi per la produzioni agricole regionali, i mercati internazionali e il benessere umano. Nel 2003, le temperature record dell’Europa occidentale hanno mietuto 52.000 vittime, 30.000 tra Italia del nord e Francia. Per lo straordinario innalzamento di 3,6° C oltre la media stagionale francese, fino a toccare i 33 ° C tra giugno e agosto, è diminuita la produzione di granturco (30%), frutta (25%) e frumento (21%). L’ Italia ha perso il 36% in granturco rispetto all’anno prima. Nell’ Unione Sovietica (URSS), le temperature superiori ai 30° C del 1972 hanno contribuito all’insicurezza alimentare con il 13% in meno di frumento e scatenato la crisi del mercato mondiale dei cereali per due anni. Il Sahel africano, dove l’agricoltura e l’allevamento sostengono l’economia regionale occupando il 60% della popolazione, versa in condizioni di povertà e vulnerabilità estreme. Dalla fine degli anni ‘60 e vent’anni di siccità, la carestia e le migrazioni sono andate peggiorando dal 1980 per la progressiva tendenza all’innalzamento della temperatura.
Gli investimenti internazionali - per avviare ricerche e nuove metodologie adatte all’andamento al rialzo delle temperature - saranno fondamentali per evitare significative carenze alimentari. Nelle regioni a maggiore rischio di crisi, i sistemi dell’agricoltura dovranno essere rivisti nel complesso. Senza puntare soltanto a sviluppare nuove varietà di colture resistenti al calore e alla siccità, che richiedono anni di studi, sarebbero necessari adeguati sistemi di irrigazione e alternative lavorative all’agricoltura. Mentre l’apporto scientifico - genetica, genomica, ingegneria - è costoso e richiede priorità politiche, in generale gli investimenti per il settore agricolo sono in calo negli ultimi decenni.
Ma se il fabbisogno alimentare dei paesi più poveri non è ancora stato risolto a breve termine, come si riuscirà a fronteggiare a lungo termine i cambiamenti climatici? Se lo domandano David. S. Battisti e Rosamond Naylor L. della Stanford University nello studio pubblicato sulla rivista Science.
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