giovedì, gennaio 29, 2015
Il nuovo libro di Marguerite A. Peteers, “Le gender: une norme politique et culturelle mondiale? Outil de discerniment” (2012), proposto in traduzione italiana dalla casa editrice San Paolo con il titolo “Il gender. Una questione politica e culturale” (2014), ci offre un’analisi ponderata, precisa e rigorosa della teoria del gender, osservandone le origini, i presupposti ideologici, lo sviluppo, le aspirazioni universalistiche e, al tempo stesso, evidenziandone i pericoli, le criticità e i motivi della sua inevitabile fine. 
 
di Bartolo Salone

La teoria del gender, elaborata negli anni sessanta-settanta nelle fucine ideologiche di autori di area angloamericana (Money, Stoller, Oakley) e francese (Wittig, Lévi Strauss, Simone de Beauvoir, Lyotard, Deleuze, Derrida, per fare qualche nome), trova in realtà i suoi precursori in autori contemporanei come Freud (a cui si deve la distinzione psicanalitica tra Es, Io e Super-Io e, quindi, una prima separazione tra biologia e socializzazione), Sartre (liberarsi dall’ in sé per vivere per sé), Sanger (liberare la donna dalla schiavitù della riproduzione) e giunge a maturazione negli anni ’90, approdando alle estremizzazioni della teoria queer (ad opera di autori come Kristeva, de Lauretis, Pollock, Butler).

Secondo la teoria gender – sorta nell’ambito del femminismo durante gli anni della rivoluzione culturale occidentale e più di recente applicata alle rivendicazioni socio-politiche dei movimenti omosessuali – non esisterebbe una differenza ontologica tra uomo e donna e, di conseguenza, l’identità sessuale maschile e femminile, lungi dal trovare il proprio radicamento nella natura umana, si ridurrebbe ad un semplice ruolo sociale (i cultori della teoria in questione parlano non a caso di gender role, cioè di “ruolo legato al sesso”) da attribuire unicamente alla cultura. I ruoli sociali legati al sesso sono intesi dagli ideologi del gender alla stregua di stereotipi culturali da decostruire, in modo da restituire all’individuo quel pieno potere su sé stesso e sulla direzione da imprimere alla propria vita di cui la società tenderebbe a privarlo. Non solo la mascolinità e la femminilità, ma anche la maternità e la paternità, nella prospettiva gender, sarebbero delle costruzioni sociali alienanti da decostruire.

La teoria queer, a sua volta, prosegue nel disegno di decostruzione tipico della ideologia di genere, arrivando a sostenere che perfino l’orientamento sessuale (gender identity) sarebbe una costruzione sociale non “naturale” né essenziale per la persona. L’individuo, pertanto, nella prospettiva queer, sarebbe libero di scegliere la propria identità sessuale, spaziando nel corso della sua esistenza tra le diverse possibilità (eterosessuale, omosessuale, bisessuale, transessuale, androgino, ermafrodito, travestito, ecc.) e sfruttando, se necessario, le risorse offerte dalla tecnica al fine di costruire liberamente la propria identità di genere al di fuori di schemi rigidi e precostituiti. L’ideale proposto dalla teoria queer è quello di una “identità senza essenza”, fluida, non definita, manipolabile arbitrariamente dal soggetto. Il programma ideologico del queer è, dunque, quello caratteristico della postmodernità. Per quanto paradossale possa sembrare, il gender e, nella sua forma estrema, il queer pongono capo ad una ideologia postmoderna, dal momento che quello di “identità senza essenza” è un concetto tipico della postmodernità.

Ma la teoria queer non si ferma alla decostruzione del singolo: si interessa soprattutto della decostruzione dell’ordine sociale. I suoi obiettivi sono fondamentalmente sociopolitici: si tratta, infatti, di decostruire il paradigma eterosessuale, incidendo in profondità sulle strutture sociali e giuridiche su cui l’eteronormatività si è finora fondata (matrimonio tra uomo e donna, famiglia tradizionale, paternità e maternità naturali).

Per realizzare questo obiettivo di stravolgimento dell’ordine sociale, la teoria del gender accredita a sé un consenso generale che in realtà non ha, essendo il frutto di una elaborazione teorica astratta, distante dal comune sentire, imposta dall’alto alle persone e ai popoli ad opera di sedicenti “esperti”. Il gender tende pertanto ad imporsi, pur in mancanza di un reale consenso intergovernativo, come norma politica mondiale, grazie all’opera di convincimento (e talora di ricatto, visto che gli aiuti allo sviluppo vengono sempre più spesso subordinati all’attuazione di politiche “di genere” da parte dei Paesi destinatari) di influenti ONG e delle stesse tecnostrutture dell’ONU; e, sfruttando il suo presunto consenso mondiale, riesce ad influenzare le politiche degli Stati e a rimodellare secondo il proprio disegno la cultura delle Nazioni.

Però, nonostante la sua attuale forza culturale e politica, il gender, secondo Marguerite Peteers, si presenta in realtà come una grossa “tigre di carta”, destinata a cadere sotto il peso delle sue contraddizioni intrinseche. Essendo il risultato di un mix disordinato dei residuati ideologici di dottrine passate (si pensi ad esempio al rifiuto della realtà corporea propria del manicheismo o alla opposizione dialettica, di tenore marxista, tra sesso e genere, individuo e società), tenute confusamente insieme secondo quell’approccio asistematico caratterizzante la postmodernità, la teoria del gender – proprio perché poggiante su basi teoriche fragili e costrutti artificiosi – non riuscirà a reggere l’impatto con la coscienza delle persone e dei popoli: coscienza destinata inevitabilmente a risvegliarsi man mano che l’ideologia di genere mostrerà il suo volto più radicale, sovversivo e intollerante.

Dietro l’apparenza di libertà, eguaglianza e inclusione sociale, il gender si rivela, infatti, ideologicamente contrario alla natura dell’amore personale. “Decostruendo le condizioni del dono di sé – ammonisce l’autrice –, in particolare la femminilità e la mascolinità, volendo fare di tutte le persone umane dei cittadini egualitari, attaccando la maternità come fosse un’ingiustizia sociale, riducendo la vocazione dell’uomo e della donna alla loro funzione sociale, facendone dei partner legati tra loto da un contratto, il gender rende l’amore personale impossibile. Anzi lo uccide nella cultura”. Il risveglio della coscienza segnerà la fine dell’ideologia del gender.


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