Un tribunale israeliano ha costretto il governo a rendere pubblico il rapporto che rivela il numero di calorie minime che è necessario introdurre nella Striscia di Gaza per evitare il rischio malnutrizione tra gli abitanti.
Misna - La sentenza costituisce una vittoria per l’associazione israeliana per i diritti umani ‘Gisha’ che si è battuta a lungo perché i dati fossero pubblicati. Lo studio – sostiene l’associazione – dimostra che il blocco imposto sul territorio “costituisce una punizione collettiva per l’intero popolo palestinese” e non, come sostenuto dal governo “una misura di sicurezza necessaria”. I dati contenuti nel rapporto “La consumazione di cibo a Gaza – Le linee rosse” risalgono al 2008 e sono divisi per categorie di alimenti. Secondo i responsabili dell’organizzazione “mostrano le incongruenze nell’ammettere determinati tipi di beni, alimentari o medicinali, come la cannella negandone altri analoghi come il coriandolo.
In base alle “linee rosse” individuate dagli esperti, lo Stato Israeliano avrebbe dovuto garantire giornalmente l’ingresso di beni per circa 2.279 calorie, per soddisfare le esigenze minime della popolazione della Striscia. Una quantità per cui sono necessari 107.4 camion di aiuti al giorno, per cinque giorni alla settimana. Dopo la presa di controllo della Striscia da parte di Hamas nel 2007, tuttavia, e per i tre anni successivi, il numero di camion autorizzati ad entrare a Gaza è stato –denuncia Gisha – di circa 67 al giorno.
“Come può il governo israeliano affermare di non essere responsabile per la vita dei civili di Gaza quando controlla anche i tipi e le quantità di cibo introdotte nel territorio sotto embargo?” chiede in tono polemico il direttore dell’associazione, Sari Bashi, citato dalla stampa israeliana.
La questione del diritto al cibo della popoalzione palestinese di Gaza era stata più volte sollevata anche in passato da attivisti e associazioni palestinesi e israeliane. Al riguardo, suscitò indignazione presso l’opinione pubblica una frase pronunciata a più riprese dal consigliere governativo Dov Weisglass: “L’idea è di mettere i palestinesi un po’ a dieta. Ma non di farli morire di fame”.
Misna - La sentenza costituisce una vittoria per l’associazione israeliana per i diritti umani ‘Gisha’ che si è battuta a lungo perché i dati fossero pubblicati. Lo studio – sostiene l’associazione – dimostra che il blocco imposto sul territorio “costituisce una punizione collettiva per l’intero popolo palestinese” e non, come sostenuto dal governo “una misura di sicurezza necessaria”. I dati contenuti nel rapporto “La consumazione di cibo a Gaza – Le linee rosse” risalgono al 2008 e sono divisi per categorie di alimenti. Secondo i responsabili dell’organizzazione “mostrano le incongruenze nell’ammettere determinati tipi di beni, alimentari o medicinali, come la cannella negandone altri analoghi come il coriandolo.
In base alle “linee rosse” individuate dagli esperti, lo Stato Israeliano avrebbe dovuto garantire giornalmente l’ingresso di beni per circa 2.279 calorie, per soddisfare le esigenze minime della popolazione della Striscia. Una quantità per cui sono necessari 107.4 camion di aiuti al giorno, per cinque giorni alla settimana. Dopo la presa di controllo della Striscia da parte di Hamas nel 2007, tuttavia, e per i tre anni successivi, il numero di camion autorizzati ad entrare a Gaza è stato –denuncia Gisha – di circa 67 al giorno.
“Come può il governo israeliano affermare di non essere responsabile per la vita dei civili di Gaza quando controlla anche i tipi e le quantità di cibo introdotte nel territorio sotto embargo?” chiede in tono polemico il direttore dell’associazione, Sari Bashi, citato dalla stampa israeliana.
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