venerdì, gennaio 27, 2012
Recensione di "Voci dal lager. Diari e lettere di deportati politici 1943-1945" di Avagliano e Palmieri

Al rientro in patria, gran parte dei deportati e dei prigionieri politici sopravvissuti, in particolare quelli dei KL, si trovò immersa «in un dolore che rifiuta l'espressione narrativa». La scelta del silenzio fu per molti di essi (anche se non per tutti) una forma di reazione all’orrore vissuto, che si andò ad aggiungere alla difficoltà di esprimere compiutamente l’esperienza dei Lager, alle conseguenze dei traumi fisici e psicologici subìti, al senso di colpa per essersi salvati, all’indifferenza dell’opinione pubblica e al desiderio collettivo di voltare pagina rispetto al carico di morte e di rovine provocato dalla guerra e dal fascismo. Un rifiuto che è stato analizzato a fondo dalla storiografia recente e che trova le sue ragioni di fondo «nel tentativo di rimuovere una esperienza troppo forte, troppo violenta, capace di mettere in discussione radicalmente le nostre certezze di uomini occidentali e per questo profondamente inquietante».

"Voci dal lager. Diari e lettere di deportati politici 1943-1945" (Einaudi 2012, pp. 430, euro 14) di Mario Avagliano e Marco Palmieri racconta dal vivo la storia dimenticata della deportazione politica attraverso l'esperienza diretta di chi fu in prima persona vittima di quel sistema: sopravvissuti e caduti, uomini e donne, giovani e anziani, di ogni estrazione politica, sociale e culturale e di tutte le provenienze geografiche. L’elemento di novità è che lo fa non attraverso le memorie o le interviste successive, bensì per il tramite di scritti dell'epoca: lettere ufficiali e clandestine, biglietti lanciati dalle tradotte ferroviarie, diari, che grondano di emozioni, di sentimenti, di passioni.

L’obiettivo è duplice: da un lato recuperare fonti importanti che altrimenti rischierebbero di andare perdute, dall’altro riequilibrare il deficit di memoria e di conoscenza su una pagina importante della nostra storia.

Una parte della storiografia fa tuttora fatica a considerare i deportati e i prigionieri politici (nonché gli internati militari) come protagonisti a pieno titolo della Resistenza e della guerra di Liberazione, al pari dei partigiani che combatterono nelle città, sulle montagne o all’estero, nonostante il collegamento diretto tra gli uni e gli altri, che risulta evidente anche dalle lettere e dai diari proposti nel saggio di Avagliano e Palmieri («abbiamo saputo – scrive ad esempio una prigioniera appena uscita dal carcere in Germania – che i nostri partigiani hanno liberato il Nord Italia e questo ci ha riempito di orgoglio»). E se ciò poteva essere comprensibile nell’immediato dopoguerra, quando la Resistenza era considerata esclusivamente come una guerra militare e armata, lo è molto meno oggi, dopo gli studi che hanno analizzato e riportato in piena luce la rilevanza della resistenza cosiddetta civile e senz’armi in tutta Europa.

La verità è che la deportazione nei Lager italiani o nei KL tedeschi e la prigionia nelle carceri del Reich – troppo a lungo considerate«storia del negativo, del negativo assoluto», contrapposte alla guerra partigiana caratterizzata dal «prendere parte con la ribellione» e dallo «scegliere consapevolmente» – furono una misura di punizione e di annientamento degli oppositori, al pari delle carcerazioni in Italia, delle fucilazioni e delle impiccagioni. I KL, del resto, vennero creati dal regime nazista allo scopo di colpire gli oppositori politici» e, col passare degli anni, a seguito dell’avanzata militare della Wehrmacht, il concetto di ‘oppositore’ si dilatò progressivamente, estendendosi anche alla resistenza non armata, di carattere civile o sociale.

Gli scritti coevi dei deportati e dei prigionieri politici raccolti in forma di antologia – mai prima d’ora esplorati con tale ampiezza e sistematicità – ci restituiscono un prezioso racconto corale di quella esperienza, scritto giorno per giorno e non col senno di poi: dal momento della cattura e della prima detenzione in carcere al trasferimento nei campi di raccolta e transito in territorio italiano, dal viaggio in tradotta verso i KL alla detenzione nei territori del Reich, fino al ritorno dei pochi sopravvissuti.

Un dato caratterizzante dell’antologia, ordinata tematicamente e cronologicamente e accompagnata, capitolo per capitolo, da un inquadramento storico, è l’ampia eterogeneità degli autori. Nelle origini, culturali e territoriali, di genere, di età, nell’estrazione sociale ed economica, nelle abitudini di vita e nel modo stesso di intendere il mondo e, con esso, la propria opposizione al nazismo e al fascismo. Vi sono uomini e donne, meridionali e settentrionali, intellettuali, operai e contadini, partigiani e ignari cittadini rastrellati, credenti e non. Essi vanno incontro a esperienze diverse, a seconda dell’evolversi della situazione militare e dei piani di sfruttamento e di morte nazisti, del tipo di lavoro svolto, dei differenti campi di destinazione e delle relative aree geografiche, dei compagni che incontrano e via dicendo.

Un mondo capovolto quello che rimbalza con potenza da alcune lettere e diari. «Non potete – afferma un deportato – comprendere quanto mi sia doloroso lasciarvi questo scritto prima di lasciare l’Italia per recarmi in paese straniero, varcherò le Alpi e sarò deportato in qualche località sconosciuta a lavorare presso stranieri. Ricordatevelo vostro babbo vi è stato strappato, incarcerato, e spedito come fosse una bestia e obbligato a dar la sua opera in terra straniera, la vera tratta dei bianchi. Se pur lontani mi sentirò sempre vicino a voi, mi sembrerà di avervi ancora sulle mie ginocchia, accarezzarvi e baciarvi. Siete ancora bambini, troppo bambini per conoscere quanto sia grande la cattiveria degli uomini. Verrà giorno in cui tutto vi racconterò, vi sembrerà una favola, una brutta favola, purtroppo invece sarà una cruda verità». E, nel bel mezzo di questa cruda verità, nel lager di Ravensbrück un’altra deportata, Lidia Beccaria Rolfi, scriveva sul suo taccuino clandestino: «Voglio vivere per tornare, per ricordare, per mangiare, per vestirmi, per darmi il rossetto e per raccontare forte, per gridare a tutti che sulla terra esiste l’inferno».

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