sabato, ottobre 22, 2011
«La strada tunisina verso la democrazia è tracciata da una gioventù colta e padrona dei media che si batte per la libertà». L’arcivescovo di Tunisi guarda con positività alle prossime elezioni, certo che il Paese dei gelsomini sarà «il modello per un nuovo mondo arabo».

In una conversazione con Aiuto alla Chiesa che Soffre, monsignor Maroun Lahham si mostra ottimista in vista delle consultazioni elettorali del 23 ottobre e descrive «un clima piuttosto sereno», nonostante «il caos» di questi giorni. «Un imprevisto, però, può sempre accadere». Quelle per la nuova Assemblea Costituente nazionale sono le prime elezioni libere dopo l’indipendenza dalla Francia nel 1956. Nella ricca rosa di partiti, proliferati dopo la caduta di Ben Alì, spicca l’Ennhada [La Rinascita], il movimento d’ispirazione islamica in passato represso dal regime, che propone una democrazia basata sui valori dell’Islam. «Dicono che l’Ennhada sia in testa ai sondaggi – afferma monsignor Lahham – ma non credo che né questo, né nessun altro raggruppamento, otterrà la maggioranza assoluta». Il Partito di Rashed Ghannouchi si è già detto disponibile a stringere alleanze per stendere la nuova Costituzione. «In campagna elettorale si fanno tante promesse», dichiara il presule che tuttavia – a differenza di quanto accade in Occidente – non teme gli effetti negativi del “partito della rinascita” sulla neutralità confessionale del Paese. «Si tratta di un movimento moderato – spiega ad ACS – e poi l’Islam in Tunisia è una realtà innegabile. L’importante è che le consultazioni siano libere, democratiche e trasparenti».

Ai membri eletti domenica spetterà il compito di redigere la nuova Costituzione, in sostituzione di quella vigente dal 1959. L’arcivescovo di Tunisi auspica un ritorno alla vecchia Carta che, «seppur manipolata nel tempo da Ben Alì per mantenere il potere e favorire i membri del suo partito, nella sua versione originale è senza dubbio un testo ancora valido».

A dominare la campagna elettorale sono le promesse di una maggiore crescita economica e di una diminuzione dell’alto tasso di disoccupazione. La rivolta dei gelsomini ha avuto importanti ripercussioni sull’economia tunisina – specie dopo il crollo del turismo – e le disuguaglianze tra la costa e l’interno si sono accentuate. «È chiaro che ci vorrà tempo perché non si può cambiare un Paese in una settimana» sostiene monsignor Lahham, auspicando che la ripresa possa frenare l’eccezionale flusso migratorio degli ultimi mesi. «C’è sempre stato un certo desiderio di partire – racconta il presule – ma in proporzioni accettabili. Speriamo che nel post-elezioni tutto torni alla normalità».

I cristiani attendono le consultazioni di domenica con grande «interesse e ottimismo», ma da semplici spettatori, essendo in maggioranza alloctoni e quindi senza diritto di voto. «A differenza di altri Paesi, come l’Egitto – fa notare l’arcivescovo – qui la nostra Chiesa è una realtà straniera e piuttosto piccola, però amata e rispettata. La rivoluzione non ha mai avuto un colore religioso e i valori umani sostenuti, quali la libertà e la dignità, sono anche nostri».

Per questo monsignor Lahham è fiducioso: la Tunisia, «già laboratorio della primavera araba», potrà rappresentare il modello per un nuovo Medio Oriente. «Con la rivoluzione del gelsomino abbiamo infranto la barriera della paura e il futuro sicuramente ci riserva maggiore libertà. I giovani arabi sono istruiti, sanno usare i mezzi di comunicazione e la classe politica non potrà più ignorarli. Sono loro il nostro domani», conclude l’arcivescovo.

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