I conflitti umani, oltre a portare morte e sofferenze alle popolazioni, causano gravi danni anche all’ambiente e agli animali. Oggi una nuova istituzione scientifica nasce a Londra per studiare in modo sistematico la relazione tra guerra e conservazione della natura, e individuare dei possibili interventi correttivi.
di Simona Cerrato
OggiScienza - Si chiama Marjan Centre for the Study of Conflict & Conservation e fa parte del King’s College di Londra. Attraverso ricerche, campagne di informazione e di educazione rivolte al pubblico, il Marjan si prefigge lo scopo comprendere gli effetti dei conflitti e delle guerre civili sugli animali e sulla biodiversità sia ora che nel passato. L’intenzione è anche quella, per quanto possibile, di contribuire con suggerimenti e strategie che possano alleviarne gli effetti.
In un conflitto o in una guera civile, oltre alla distruzione dell’ambiente vera e propria con le armi, avvengono altri eventi che mettono in pericolo la sopravvivenza di molte specie e cambiano gli equilibri naturali. Le popolazioni affamate sfruttano le risorse naturali a disposizione uccidendo gli animali per mangiarli o per venderli, senza, ovviamente, stare a distinguere le specie protette o in via di estinzione. D’altra parte invece, in aree minate, come per esempio molte zone del Mozambico, non frequentate né da umani né da grandi mammiferi la flora ha avuto uno sviluppo straordinario.
È un campo di ricerca completamente nuovo, che spazia dalle scienze naturali alle scienze sociali, finora non affrontato in modo scientifico dal mondo accademico. È la prima volta che si cerca di guardare alla guerra da una prospettiva non solo umana. Rimane ovviamente vero che sono gli uomini gli scatenatori e le principali vittime delle guerre.
Il nome Marjan è quello del leone dello zoo di Kabul, in Afganistan. Ferito alla mascella e a un occhio in un bombardamento, è morto di vecchiaia nel 2002. Secondo i fondatori del Centro, il leone Marjan rappresenta un messaggio di speranza, di come si possa superare un periodo di conflitto e sopravvivere.
di Simona CerratoOggiScienza - Si chiama Marjan Centre for the Study of Conflict & Conservation e fa parte del King’s College di Londra. Attraverso ricerche, campagne di informazione e di educazione rivolte al pubblico, il Marjan si prefigge lo scopo comprendere gli effetti dei conflitti e delle guerre civili sugli animali e sulla biodiversità sia ora che nel passato. L’intenzione è anche quella, per quanto possibile, di contribuire con suggerimenti e strategie che possano alleviarne gli effetti.
In un conflitto o in una guera civile, oltre alla distruzione dell’ambiente vera e propria con le armi, avvengono altri eventi che mettono in pericolo la sopravvivenza di molte specie e cambiano gli equilibri naturali. Le popolazioni affamate sfruttano le risorse naturali a disposizione uccidendo gli animali per mangiarli o per venderli, senza, ovviamente, stare a distinguere le specie protette o in via di estinzione. D’altra parte invece, in aree minate, come per esempio molte zone del Mozambico, non frequentate né da umani né da grandi mammiferi la flora ha avuto uno sviluppo straordinario.
È un campo di ricerca completamente nuovo, che spazia dalle scienze naturali alle scienze sociali, finora non affrontato in modo scientifico dal mondo accademico. È la prima volta che si cerca di guardare alla guerra da una prospettiva non solo umana. Rimane ovviamente vero che sono gli uomini gli scatenatori e le principali vittime delle guerre.
Il nome Marjan è quello del leone dello zoo di Kabul, in Afganistan. Ferito alla mascella e a un occhio in un bombardamento, è morto di vecchiaia nel 2002. Secondo i fondatori del Centro, il leone Marjan rappresenta un messaggio di speranza, di come si possa superare un periodo di conflitto e sopravvivere.
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