Per le celebrazioni del 1° ottobre, le autorità cinesi hanno arrestato chiunque voleva protestare, anche per diritti umani o contro assassini. Esperti: la volontà di nascondere qualunque dissenso, mostra una profonda incapacità di conoscere e guidare la popolazione.
Pechino (AsiaNews) – Arresti arbitrari, minacce, violenze: dietro le celebrazioni fastose e imponenti del 1° ottobre scorso, 60° anniversario dello Stato comunista cinese, c’è una lunghissima serie di soprusi quotidiani e di arresti contro chi lotta per i diritti umani e la democrazia in Cina. E’ invece la potente Cina che ha paura di queste persone, al punto da violare ogni loro diritto pur di ridurle al silenzio per un poco. Il 12 settembre la polizia ha fermato nella contea di Xianghe (Hebei) Liu Chunbao, di Yingkou City (Liaoning), diretto a Pechino per presentare una petizione. Lo ha percosso e riportato con la forza a casa. Ora è in detenzione domiciliare, sorvegliato da ben 8 guardie. Anche Bi Caizhen di Xiaoyi (Shanxi) è andata a Pechino il 23 settembre, per denunciare la corruzione tra i dirigenti della miniera di carbone Liuwan e l’omicidio del marito, che ritiene assassinato da sicari pagati dai dirigenti. Pure lei è stata rimpatriata con la forza. Da allora è chiusa in casa sotto sorveglianza. Il gruppo Chinese Human Rights Defenders riferisce che amici e parenti non l’hanno potuta visitare.
La sera del 3 ottobre Zhu Yingdi, venuta da Hangzhou a Pechino per fare una petizione, è stata “sequestrata” dalla polizia, che non l’ha arrestata in modo formale ma l’ha trattenuta presso una locanda vicino Yongdingmen, senza poter sentire nessuno. E’ stata riportata con la forza a Hangzhou e ora è trattenuta in una casa vicino la contea Anji. Il marito denuncia che la loro abitazione a Hangzhou è stata sorvegliata dal 15 settembre ma Zhu è fuggita la notte del 1° ottobre per presentare una petizione a Pechino contro la demolizione della loro casa, anni prima, e per le ripetute minacce ricevute dalle autorità per farli tacere.
E’ andata un poco meglio a Ma Xiaoming, attivista dello Shaanxi, che la polizia dal 7 settembre ha aggregato con la forza a un viaggio “turistico” attraverso Shaanxi, Guangdong e Fujian, fino al 5 ottobre, così da impedirgli qualsiasi contatto con giornalisti esteri e di Hong Kong.
Analisti osservano che la forza di un Paese si misura non soltanto con le forze militari e la tecnologia, ma anche con la capacità di unire la popolazione intorno a un fine comune. Al contrario, Pechino deve impedire ai cittadini persino di protestare per un omicidio.
Pechino (AsiaNews) – Arresti arbitrari, minacce, violenze: dietro le celebrazioni fastose e imponenti del 1° ottobre scorso, 60° anniversario dello Stato comunista cinese, c’è una lunghissima serie di soprusi quotidiani e di arresti contro chi lotta per i diritti umani e la democrazia in Cina. E’ invece la potente Cina che ha paura di queste persone, al punto da violare ogni loro diritto pur di ridurle al silenzio per un poco. Il 12 settembre la polizia ha fermato nella contea di Xianghe (Hebei) Liu Chunbao, di Yingkou City (Liaoning), diretto a Pechino per presentare una petizione. Lo ha percosso e riportato con la forza a casa. Ora è in detenzione domiciliare, sorvegliato da ben 8 guardie. Anche Bi Caizhen di Xiaoyi (Shanxi) è andata a Pechino il 23 settembre, per denunciare la corruzione tra i dirigenti della miniera di carbone Liuwan e l’omicidio del marito, che ritiene assassinato da sicari pagati dai dirigenti. Pure lei è stata rimpatriata con la forza. Da allora è chiusa in casa sotto sorveglianza. Il gruppo Chinese Human Rights Defenders riferisce che amici e parenti non l’hanno potuta visitare.La sera del 3 ottobre Zhu Yingdi, venuta da Hangzhou a Pechino per fare una petizione, è stata “sequestrata” dalla polizia, che non l’ha arrestata in modo formale ma l’ha trattenuta presso una locanda vicino Yongdingmen, senza poter sentire nessuno. E’ stata riportata con la forza a Hangzhou e ora è trattenuta in una casa vicino la contea Anji. Il marito denuncia che la loro abitazione a Hangzhou è stata sorvegliata dal 15 settembre ma Zhu è fuggita la notte del 1° ottobre per presentare una petizione a Pechino contro la demolizione della loro casa, anni prima, e per le ripetute minacce ricevute dalle autorità per farli tacere.
E’ andata un poco meglio a Ma Xiaoming, attivista dello Shaanxi, che la polizia dal 7 settembre ha aggregato con la forza a un viaggio “turistico” attraverso Shaanxi, Guangdong e Fujian, fino al 5 ottobre, così da impedirgli qualsiasi contatto con giornalisti esteri e di Hong Kong.
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