Una Ong denuncia la tragica condizione delle lavoratrici domestiche straniere in Bahrein.
PeaceReporter - Lo scorso 22 novembre Siti Maemoona, una donna indonesiana di 34 anni, ex lavoratrice migrante in Bahrein, ha partorito senza sostegno medico in uno squallido appartamento di Manama, e poche ore dopo è deceduta. Siti viveva in quel povero appartamento, assieme a diverse donne filippine clandestine, da due anni. Da quando era fuggita dal suo sponsor, l'uomo cioè che le aveva permesso di entrare nel paese come lavoratrice domestica. Sola e senza documenti in un paese straniero, era rimasta incinta, ma il suo uomo aveva lasciato il paese costringendola a partorire clandestinamente: una scelta fatale, ma allo stesso tempo drammaticamente comune nella penisola del Bahrein.
Alla fine di ottobre 2008 si e svolta la 42ma edizione del comitato per la Cedaw, la convenzione per l'eliminazione delle discriminazioni verso le donne. Per l'occasione, tre Ong che si occupano dei problemi delle lavoratrici straniere in Bahrain hanno pubblicato un rapporto e lanciato un appello alla monarchia dei Khalifa, affinchè intervengano sulla legislazione locale che le discrimina gravemente. Nel rapporto si descrivono le disriminazioni che i lavoratori stranieri, ma in misura particolare le lavoratrici, subiscono nel paese. Un problema molto diffuso che si amplifica quando le prestazioni di lavoro si svolgono entro le mura domestiche. Nell'appello, invece, si chiedono provvedimenti urgenti soprattutto per quel che riguarda le lavoratrici straniere in gravidanza e i loro figli. Negli ultimi otto anni, infatti, le Ong hanno registrato almeno 30 casi come quello di Siti: donne che per evitare problemi con i datori di lavoro o con gli sponsor hanno nascosto le gravidanze, partorito in situazioni degradate o anche soppresso i figli, che in diversi altri casi sono stati affidati agli orfanotrofi. Le Ong chiedono anche una modifica urgente della legge sulle adozioni, giacché le norme vigenti le vietano per le coppie non originarie del Bahrein. Secondo Marietta Dias della Migrant Workers Protection Society, nel paese ci sono decine di coppie che vorrebbero adottare uno di quegli orfani, ma non possono farlo perché non sono originarie del Bahrein. Allo stesso tempo si chiede di garantire un documenti di identità ai figli abbandonati, per i quali altrimenti non ci sarebbe altro futuro che la strada. Tutte queste aberrazioni sono conseguenze di rapporti extra-coniugali o di violenze sessuali, ma quello che le accomuna è la condizione di ricatto cui sono sottoposte le lavoratrici domestiche, molto simili a quelle che subiscono le donne coinvolte nella tratta della prostituzione. Di fatto le lavoratrici domenstiche che venfono dal sud-est asiatico in Bahrein non ricadono entro nessuna delle categorie riconosciute di lavoratori e perdipiù sono soggette alla legge familiare del paese, che ispirandosi alla Shari'a presuppongono una quasi-immunità per gli uomini a scapito del sesso debole. Agli abusi e alle violenze si aggiunge dunque anche l'impossibilità di denunciare quanto si è subito.
I lavoratori stranieri nel Bahrein sono circa 70mila: provengono soprattutto da India, Sri Lanka, Indonesia e Filippine. Secondo l'International Labour Organization, metà di loro sono donne impiegate in contesti domestici, dove sono particolarmente soggette a sfruttamento e abusi. Le domestiche straniere non vengono infatti inquadrate nel contratto di lavoro nazionale, e vengono quindi costrette a orari di lavoro estenuanti (oltre cento ore a settimana), bassi stipendi e condizioni di vita povere quando non repressive. Spesso non possono godere di giorni liberi e hanno delle gravi restrizioni di movimento, dovute anche al fatto che nella maggioranza dei casi i padroni o gli sponsor ritirano loro i documenti. Gli stessi padroni e sponsor sono indispensabili per ottenere il visto, per cui le donne che cercano di sfuggire da situazioni di schiavità o violenza o di denunciarle rischiano invece di essere arrestate. Una conseguenza di questa situazione è l'omertà. Le lavoratrici vittime di violenze sono invisibili e quantificare il fenomeno è un impresa titanica anche per le Ong locali. Secondo le statistiche del governo, il 30 3 il 40 percento di tutti i casi di suicidio registrati negli ospedali psichiatrici del paese, erano lavoratrici domenstiche straniere.
PeaceReporter - Lo scorso 22 novembre Siti Maemoona, una donna indonesiana di 34 anni, ex lavoratrice migrante in Bahrein, ha partorito senza sostegno medico in uno squallido appartamento di Manama, e poche ore dopo è deceduta. Siti viveva in quel povero appartamento, assieme a diverse donne filippine clandestine, da due anni. Da quando era fuggita dal suo sponsor, l'uomo cioè che le aveva permesso di entrare nel paese come lavoratrice domestica. Sola e senza documenti in un paese straniero, era rimasta incinta, ma il suo uomo aveva lasciato il paese costringendola a partorire clandestinamente: una scelta fatale, ma allo stesso tempo drammaticamente comune nella penisola del Bahrein.Alla fine di ottobre 2008 si e svolta la 42ma edizione del comitato per la Cedaw, la convenzione per l'eliminazione delle discriminazioni verso le donne. Per l'occasione, tre Ong che si occupano dei problemi delle lavoratrici straniere in Bahrain hanno pubblicato un rapporto e lanciato un appello alla monarchia dei Khalifa, affinchè intervengano sulla legislazione locale che le discrimina gravemente. Nel rapporto si descrivono le disriminazioni che i lavoratori stranieri, ma in misura particolare le lavoratrici, subiscono nel paese. Un problema molto diffuso che si amplifica quando le prestazioni di lavoro si svolgono entro le mura domestiche. Nell'appello, invece, si chiedono provvedimenti urgenti soprattutto per quel che riguarda le lavoratrici straniere in gravidanza e i loro figli. Negli ultimi otto anni, infatti, le Ong hanno registrato almeno 30 casi come quello di Siti: donne che per evitare problemi con i datori di lavoro o con gli sponsor hanno nascosto le gravidanze, partorito in situazioni degradate o anche soppresso i figli, che in diversi altri casi sono stati affidati agli orfanotrofi. Le Ong chiedono anche una modifica urgente della legge sulle adozioni, giacché le norme vigenti le vietano per le coppie non originarie del Bahrein. Secondo Marietta Dias della Migrant Workers Protection Society, nel paese ci sono decine di coppie che vorrebbero adottare uno di quegli orfani, ma non possono farlo perché non sono originarie del Bahrein. Allo stesso tempo si chiede di garantire un documenti di identità ai figli abbandonati, per i quali altrimenti non ci sarebbe altro futuro che la strada. Tutte queste aberrazioni sono conseguenze di rapporti extra-coniugali o di violenze sessuali, ma quello che le accomuna è la condizione di ricatto cui sono sottoposte le lavoratrici domestiche, molto simili a quelle che subiscono le donne coinvolte nella tratta della prostituzione. Di fatto le lavoratrici domenstiche che venfono dal sud-est asiatico in Bahrein non ricadono entro nessuna delle categorie riconosciute di lavoratori e perdipiù sono soggette alla legge familiare del paese, che ispirandosi alla Shari'a presuppongono una quasi-immunità per gli uomini a scapito del sesso debole. Agli abusi e alle violenze si aggiunge dunque anche l'impossibilità di denunciare quanto si è subito.
I lavoratori stranieri nel Bahrein sono circa 70mila: provengono soprattutto da India, Sri Lanka, Indonesia e Filippine. Secondo l'International Labour Organization, metà di loro sono donne impiegate in contesti domestici, dove sono particolarmente soggette a sfruttamento e abusi. Le domestiche straniere non vengono infatti inquadrate nel contratto di lavoro nazionale, e vengono quindi costrette a orari di lavoro estenuanti (oltre cento ore a settimana), bassi stipendi e condizioni di vita povere quando non repressive. Spesso non possono godere di giorni liberi e hanno delle gravi restrizioni di movimento, dovute anche al fatto che nella maggioranza dei casi i padroni o gli sponsor ritirano loro i documenti. Gli stessi padroni e sponsor sono indispensabili per ottenere il visto, per cui le donne che cercano di sfuggire da situazioni di schiavità o violenza o di denunciarle rischiano invece di essere arrestate. Una conseguenza di questa situazione è l'omertà. Le lavoratrici vittime di violenze sono invisibili e quantificare il fenomeno è un impresa titanica anche per le Ong locali. Secondo le statistiche del governo, il 30 3 il 40 percento di tutti i casi di suicidio registrati negli ospedali psichiatrici del paese, erano lavoratrici domenstiche straniere.
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